1.4 - Il De vulgari eloquentia di Dante

Dante |
Dante non si limitò a dimostrare con i fatti, attraverso le sue opere in poesia e in prosa scritte in volgare fiorentino, che il volgare poteva essere usato per fini d'arte senza che sfigurasse rispetto al latino; volle anche teorizzare questa persuasione scrivendo, tra la fine del 1302 e l'inizio del 1305, un trattato interamente dedicato al volgare italiano, intitolato De vulgari eloquentia (vedi il modulo La lingua di Dante, 4.1).
Il titolo, tradotto dal latino, significa L’arte di esprimersi in volgare. Non solo il titolo, ma l'intero trattato è scritto in latino. Come mai Dante scrive in questa lingua un'opera nella quale vuole esaltare e diffondere l'uso del volgare? Sembra una contraddizione, ma non lo è. Dante si rivolge agli intellettuali: pertanto deve adoperare la lingua che gli intellettuali usano abitualmente per comunicare fra loro. Il De vulgari eloquentia è un trattato di filosofia del linguaggio, e al tempo di Dante per le questioni filosofiche bisognava adoperare il latino.
Il De vulgari eloquentia raccoglie tutte le scoperte fatte dai filosofi del linguaggio in Europa nel corso del Medioevo; inoltre, offre molte idee e spunti originali sulle lingue in generale e sul volgare italiano in particolare. Dante è ben consapevole che questa sua riflessione è una grande novità, e nel capitolo d'apertura lo dichiara esplicitamente.
Nel progetto originario il De vulgari eloquentia avrebbe dovuto essere una specie di enciclopedia dell'arte di esprimersi in volgare, organizzata in quattro libri; Dante, però, non completò l'opera e si fermò a metà del II libro.