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 La questione della lingua 
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1.3 - La scelta "volgare" dei poeti siciliani

Nella prima metà del XIII secolo, però, le cose cambiarono. Oltre cento anni prima, nelle corti feudali del sud della Francia, si era affermata la poesia dei "trovatori" (vedi il modulo Profilo di storia linguistica italiana I: l'italiano delle origini, 6.1), cantori del cosiddetto "amor cortese" (vedi la voce amore cortese), che applicava al rapporto d'amore fra uomo e donna le regole della società feudale: la donna era rappresentata come un signore feudale e l'’uomo che la amava era rappresentato come il suo vassallo. La grande novità di questa esperienza poetica stava nel fatto che essa non si svolse in latino ma in una lingua neolatina: il provenzale, lingua materna dei trovatori parlata nel sud della Francia.

L'idea di scrivere poesie d'amore non più in latino ma nel proprio volgare materno ebbe ben presto successo, e trovò poeti che la applicarono prima nella Francia del nord, poi in Germania e nella penisola iberica, e finalmente anche in Italia, per la precisione in Sicilia, alla corte di Federico II di Svevia, imperatore e re d'Italia dal 1220 al 1250. I funzionari del sovrano - scienziati, astronomi, filosofi e giuristi di alto livello - amavano comporre poesie a imitazione dei trovatori provenzali. Essi scrissero queste poesie in un siciliano elegante, liberato dai tratti dialettali più forti e arricchito da parole prese in prestito dal latino e dal provenzale. Per questo, anche se non provenivano tutti dalla Sicilia, questi poeti furono indicati come poeti "siciliani" (vedi il modulo La letteratura italiana del Medioevo 3.1). La loro fu una vera rivoluzione culturale: per la prima volta in Italia il volgare era stato utilizzato per scrivere opere di alta poesia, e non testi di utilità pratica.

Nel corso del XIII secolo l'esempio dei poeti "siciliani" fu seguito da molti altri artisti italiani, e culminò nell'esperienza del più grande scrittore che l'Italia abbia mai avuto: Dante Alighieri (1265-1321).

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