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 La lingua di Dante 
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1.4 - La letteratura fiorentina e la sua lingua

E di pari passo procede il prodigioso recupero, in letteratura, del ritardo iniziale. A Firenze, dagli anni intorno al 1255, convergono i risultati di tutte le principali esperienze, in prosa e soprattutto in versi. Qui confluiscono i testi della scuola siciliana, copiati, letti, imitati, e quelli della scuola siculo-toscana; qui prende corpo un filone di poesia, la cosiddetta lirica cortese fiorentina (sopra tutti sono i nomi di Chiaro Davanzati e Monte Andrea), che introduce alcuni tratti locali nel tessuto linguistico della tradizione: il dittongo in uomo, buono, tiene affianca per esempio, ma resta in larga minoranza, il monottongo di omo, bono e tene.

Siamo con questa scuola nella generazione che precede immediatamente quella di Dante. Ad essa appartiene inoltre un altro fiorentino, una singolare figura di verseggiatore: Rustico di Filippo (o Filippi), autore di 29 sonetti lirico-amorosi e di altrettanti sonetti di stile comico, che rovesciano i contenuti della lirica d’amore. Cantano i temi dell’amore carnale, del godimento della vita, e lanciano invettive violente. Rustico concede ampio spazio a un lessico realistico e crudo (puttana, rogna, cesso) e a tratti fonetici e morfologici municipali: il dittongo in uova, bestiuola; la riduzione di ai- ad a- in sillaba che precede l’accento (o "pretonica": per es. atare = aiutare); la consonante iniziale di boce (= voce); le desinenze in –aro per la terza persona plurale del presente indicativo (cascar = cascano) ecc.

Brunetto Latini nell'Inferno dantesco
Fig.1

Si ha notizia, tra le poche certezze intorno alla vita di Rustico, che egli fu in rapporti di amicizia con Brunetto Latini, il principale fra i maestri di Dante. Brunetto, che Dante collocherà nell’Inferno fra i sodomiti (i peccatori contro natura, Fig.1), è importante perché contribuì con i suoi volgarizzamenti dal latino e con opere didattiche e moraleggianti - ma la maggiore, il Tresor, fu stesa in francese - a consolidare l’uso del fiorentino anche nel settore della prosa, di una prosa con ambizioni artistiche. In sintesi osserviamo che anche in molta prosa del Duecento si coglie il forte influsso delle grandi lingue di cultura: il francese, il provenzale, con fitti apporti lessicali, e il latino, che incide soprattutto sugli andamenti sintattici e sull’ordine delle parole. Latineggianti sono per esempio la tendenza a privilegiare la subordinazione e la collocazione del verbo in posizione finale. Grazie a Brunetto e al contributo di altri scrittori (fra gli altri Bono Giamboni e l’anonimo autore del Novellino, che realizza un dettato molto semplice, con periodi brevi e preferenza per la coordinazione) la cultura fiorentina recupera così anche per gli impieghi prosastici il ritardo dei suoi esordi; essa affina il suo volgare e si pone come un centro alternativo a Bologna e soprattutto ad Arezzo, dove Guittone aveva dato con le sue Lettere l’esempio più rilevante di prosa volgare retoricamente impegnata (e si consideri che alla stessa città ci riconduce il più alto esempio di prosa scientifica del secondo Duecento, la Composizione del mondo di Ristoro d’Arezzo).

Si completa così per Firenze il quadro di una produzione letteraria tardiva nello scendere in campo ma, all’altezza della generazione di Dante, pressoché completa. Autori fiorentini avevano ormai saggiato tutti i principali generi poetici, dalla lirica alla poesia didattica alle prove comico-realistiche, e si erano cimentati in prosa sia in scritture sollecitate da ambizioni artistiche e volontà di elaborazione retorica, sia nei generi più propriamente narrativi. Un pullulare di letterati e di esperienze che non era ancor tale, però, da garantire al fiorentino il primato linguistico rispetto agli altri volgari della penisola.

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