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“Nella storia le nostre vite accadono”

La costrizione della partenza

Da Kubati la scelta e l’obbligo di emigrare

La migrazione come costrizione. L’obbligo di una scelta di vita diversa, recidendo i legami con la propria terra e il proprio passato. Nelle sue opere narrative Ron Kubati, nato a Tirana e arrivato in Italia nel 1991, racconta l’esperienza difficile dell’emigrante. Un decennio di romanzi per lo scrittore, laureato in filosofia a Bari, dove ha anche conseguito un dottorato di ricerca in filosofia con una tesi sul pensiero di Hanna Arendt. In Italia Kubati ha pubblicato tre libri, Va e non torna, M e Il buio del mare, oltre a saggi e articoli in diversi periodici. In Albania, già nel 1992, era uscito il volume di poesie Tra speranza e sogno.

Carmine Abate, scrittore italiano di origine arbëresh, ha più volte espresso nella sua opera l’idea che emigrare sia, in effetti, una costrizione. In Va e non torna il motivo del folclore balcanico che dà origine al titolo richiama questa costrizione e anche il “Salvati, se puoi” de Il buio del mare punta in questa direzione. In realtà non c’è una scelta?

La riposta è difficilmente esauribile in questo contesto. Provo a sintetizzare. Nelle ultime righe del mio primo romanzo ho scritto: “Non siamo noi ad attraversare il mare. È il mare che si fa attraversare”. Mi sono espresso così perché ho visto folle di persone che si muovevano come ipnotizzate verso il mare in risposta di un’apertura di mondo alla cui chiamata non si poteva non rispondere. Eppure ognuno aveva preso la decisione di partire individualmente, spesso in segretezza. Questo evento supera in una certa misura categorie come costrizione e scelta. Abbiamo sicuramente scelto, abbiamo scelto l’altrimenti, all’interno del paese nella forma di una ribellione, nell’altrove come un altrimenti immediato e sostanzioso. Ci sono però dei momenti nella storia in cui accadono eventi così grandi al cui interno anche le nostre vite semplicemente accadono. Il sistema monolitico che aveva governato e isolato il mio paese per decenni non poteva non implodere quando sul mondo esterno escluso si aprirono prima finestre di altrimenti grazie ai media occidentali, e poi si spalancarono i mari. È difficile per l’individuo dominare i macroeventi, ma ciononostante è sempre un dovere orientarsi al meglio delle proprie possibilità. In quel momento, in quelle circostanze storiche, molti individui progettarono un futuro diverso, un futuro che teneva conto delle paure, dei traumi individuali e sfruttava l’anelito del superamento per rilanciare il futuro sé ben oltre il semplice superamento delle paure. Naturalmente le paure, i traumi condividono elementi in comune con altri individui del contesto. Ed è chiaro che i problemi economici e di democrazia hanno un impatto forte su tutto ciò. Come è anche chiaro che anche i progetti individuali saranno influenzati dalla visione di mondo del contesto d’origine. Il marchio per così dire personalizzato del progetto di vita ogni individuo lo decide poi in base alle proprie inclinazioni, ai propri bisogni, ai propri talenti. Parlare semplicemente di costrizione implica che la condizione naturale dell’individuo sia quella dell’immobilità, quella di far parte per sempre dello stesso contesto, quella di nascere e morire con un’identità unica e territoriale. Mentre parlare semplicemente di scelta individuale sembra ignorare del tutto il contesto e le sue circostanze economiche e politiche.

Elton, protagonista albanese di Va e non torna, è traduttore del tribunale, dove lavora prevalentemente nell’ascolto e nella traduzione di conversazioni telefoniche intercettate. Il personaggio del traduttore, ricomponendo i linguaggi in un altrove linguistico, diventa un pezzo fondamentale dell’ingranaggio linguistico del romanzo in cui il linguaggio viene ricomposto tramite inserti in inglese, albanese, neologismi?

Nel romanzo sono presenti sia un pluralismo linguistico, sia una frammentazione a volte anche grafica che evidenziano in tanti mondi che convivono nelle giornate del protagonista, che cerca energicamente una sintesi. Lo vediamo in una pizzeria di provincia che ha i suoi codici e che gli consegna un ruolo determinato. Lo vediamo all’Università nei panni diversi dello studente. Lo vediamo nel suo passato, nell’infanzia complicata dalla repressione dittatoriale. Lo vediamo giovanissimo nella piazza della protesta, lo vediamo di nuovo nel suo presente, in tribunale, nei panni dell’interprete (e non semplicemente del traduttore) a mediare tra i tanti livelli di una realtà plurale. E lui fa parte in una certa misura di tutti questi mondi, appartiene un po’ a tutti loro. È con questa multi-appartenenza complessa e a tratti contraddittoria che deve fare i conti. E ci riesce. Faticosamente, dolorosamente, ma ci riesce.

M è un romanzo al presente, diversamente da Va e non torna che è strutturato in blocchi narrativi che si alternano tra l’Italia del presente e l’Albania del regime dittatoriale. Qui la città assorbe i conflitti, le inquietudini e le problematiche dell’individuo. La M è quasi un’antitesi della casa del professor Andrea: quella è un luogo di passaggio, non relazionale, mentre questa congrega, agglutina le relazioni e le problematiche, è il luogo che tiene le fila del romanzo. In ultima analisi perché M?

Detto in modo semplice M è il logo della metropolitana, ma di una metropolitana divenuta grande metafora, di una metropolitana contenitore di metafore, come quella delle finestre. Per il titolo ero combattuto tra Finestre e M, ma decisi per quest’ultimo, anche perché in esso confluiva il simbolo delle finestre. E non a caso nella copertina del volume, alla quale ho lavorato facendo io stesso lo schizzo, appaiono una miriade di finestre. Il mio obiettivo era di far convergere le due metafore e di spiegare perché la M e le finestre rinviassero agli stessi significati. Il protagonista è un personaggio che incarna al meglio le nuove caratteristiche dei cosiddetti processi di deterritorializzazione, di grande mobilità sociale, una mobilità che crea condizioni di vulnerabilità. Perché tutto ciò equivale a M? Perché il protagonista si rende conto che c’è qualcosa di particolare nella conoscenza di una grande città, di un luogo non più percorribile, quindi non più conoscibile, nella sua superficie. Questa città gli propone allora una conoscenza attraverso la metropolitana, una conoscenza che non ha meccanismi lineari, una conoscenza fatta di salti, di quel meccanismo della roulette che in un certo senso gli ripropone il tema delle finestre, come se la città contenesse tutto un insieme di possibilità disparate che di volta in volta gli vanno incontro. Il contingente separa l’individuo dall’essere una cosa piuttosto che un’altra. E questo è il primo grande sentimento provato nei confronti della città. Successivamente il tentativo di conoscerla si trasforma in quello di costruirla, di estrarre da essa gli spazi, le persone, le coordinate che possono costruire l’identità provvisoria dell’individuo. La città è infatti quell’insieme di spazi e tempi che frequentiamo. M è la città di un nuovo arrivato.

Vera Horn(01/09/2010)
 
 
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