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In due libri il tema dell’accoglienza dei migranti

Un dialogo sull’altro

Intervista su scrittura, ospitalità e integrazione

Due libri diversi, con elementi in comune. Il tema della figura dello straniero e del senso dell’ospitalità ricorrono in Ladri di lavoro curato da Emanuele Maspoli e L’ospitalità della scrittura curato da Maria Annunziata Tentoni. La considerazione dell’altro, e per conseguenza la relazione identità-alterità, e l’ospitalità del luogo, ma anche quella che passa per la parola, la lingua e la scrittura in cui il migrante trova accoglienza. Con l’espressione “ladri di lavoro” si indica anche la rottura dell’ospitalità e la sua relazione con l’ostilità verso l’altro. ICoN propone un’intervista intrecciata: una conversazione tra Maria Annunziata Tentoni per parlare di Ladri di lavoro e Emanuele Maspoli per L’ospitalità della scrittura.

L’ospite, colui che accoglie, al contempo comanda: la sovranità del potere, il possesso dell’ospite restano quelli del pater familias, del padrone di casa. (Jacques Derrida Sull’ospitalità, 1997).

Per quanto riguarda i personaggi di Ladri di lavoro, titolo provocatorio ma che risponde di una realtà di fatto, quali sono le conseguenze immediate?

M.A.T.: È vero che nella società patriarcale la potestas è quella paterna ed è il padre che decide chi accogliere e ospitare, però è anche vero che chi accoglieva, nel senso della cura, erano poi le donne; le cose sono sfumate complesse e contraddittorie. Nella nostra esperienza, che dà vita al libro che ho curato, la pratica dell’ospitalità è declinata tutta al femminile. Certo un’esperienza di piccoli numeri.
Il libro di Emanuele Maspoli riguarda la dimensione sociale, di grandi numeri. E a questo livello c’è la negazione dell’ospitalità. Gli uomini e le donne protagonisti di queste storie dolenti sono sradicati dal loro mondo affettivo originario, che si portano dentro con nostalgia; nella nostra società sono invisibili, insieme alle culture di cui sono portatori; sono emarginati, sfruttati; le problematiche sociali si intrecciano a quelle relazionali e suscitano la nostra pietas. Non è forse un caso che siano quasi tutti anonimi, senza volto. Se manca il riconoscimento, c’è una negazione dell’identità e non può darsi ospitalità.
Dove vige la legge del più forte, che è una degenerazione della legge del padre, dove prevale la dimensione del possesso, del denaro, viene meno la solidarietà e l’accoglienza. Forse bisognerebbe recuperare nella nostra vita sociale la dimensione femminile -mi riferisco a un femminile simbolico- per aprirci a una convivenza ospitale.

È possibile avvicinarsi all’ospite tramite la lingua o l’esperienza della scrittura?

E.M.: La scrittura è un’esperienza privilegiata, che sempre più persone si concedono per esprimere senso. Nella scrittura è implicita una reciprocità, perché chi scrive, anche quando lo fa solo per se stesso, presuppone un interlocutore, o almeno un lettore. Pertanto la risposta è ovviamente sì, che scrivere è un modo per avvicinare. Sul tema della migrazione, se chi scrive è una persona migrante, e scrive nella lingua dell’ospite, fa uno sforzo notevolissimo di emancipazione e di cosiddetta integrazione, che va oltre la sua personale esperienza e può di fatto contribuire all’emancipazione e all’integrazione di tanti. D’altra parte, se chi scrive è cittadino del paese ospitante, che come sappiamo raramente è ospitale, lo sforzo è ugualmente e ancor più quello di una reciproca integrazione, di un’approssimazione all’altro per comprendere meglio anche se stessi, perché come sappiamo le culture non sono un dato monolitico e le continue e ineluttabili migrazioni di esseri umani arricchiscono e cambiano le società. Lo stesso concetto di identità è qualcosa di mobile e variabile. L’incontro di scritture su un tema come la migrazione è perciò stesso un momento importante di crescita civile.
Quanto sostiene Derrida è vero, perché non si può eludere il tema del potere in nessun tipo di relazione e tanto meno in relazioni che prevedono uno squilibrio addirittura per legge (i migranti non sono cittadini e non godono di diritti come i cittadini, bensì degli stessi doveri e soltanto di una parte dei diritti). Ma la scelta di comunicare nella lingua del paese ospite non è tanto dettata da una questione di potere (che invece è chiarissima nella scelta dell’inglese come lingua dominante nel mondo), quanto una scelta pratica e di fatto (si pensi a quanti migranti imparano un dialetto locale invece dell’italiano, per essere accolti e comunicare bene dove vivono e lavorano, ma anche perché apprendono necessariamente da chi frequentano). Sarebbe certamente bello che gli italiani imparassero le lingue dei migranti, ma sappiamo che neppure in paesi trilingue come la Svizzera la maggior parte della gente impara le lingue degli altri, limitandosi a quelle più utili. (E’ un caso raro quello del barista torinese che ha appreso l’arabo marocchino per comprendere e dialogare con i suoi clienti).
La lingua nazionale comunque è un patrimonio condiviso e condivisibile e lo straniero che decide di padroneggiarla fa un reale salto di qualità. Di pochi, certamente, ma efficace. Lungimiranti sono quindi tutti gli sforzi per allargare il campo alla scrittura, per fare sì che sempre più persone possano esprimersi e condividere la propria autobiografia o almeno parte di essa. Il libro curato da Maria Annunziata Tentoni è una sintesi di questa cura, non a caso tutta declinata al femminile: cura di relazioni, cura di sé.
L’allontanamento da un passato culturalmente stabile porta il migrante a doversi confrontare con il problema di una costante negoziazione dell’identità attraverso la revisione della propria cultura alla luce della situazione presente. L’atto della scrittura può dare un senso all’esperienza del migrante e della rappresentazione del sé nella società di accoglienza (che può anche non accogliere). Diventare parola può essere per il migrante il mezzo per essere visibile, per dimostrare di esserci: questo atto permette loro di affermare un’identità.

Sarebbe questo il punto d’arrivo dell’Ospitalità della scrittura?

E.M.: Se come si dice nel libro stesso “la lingua è la vera patria dell’esiliato”, che la sua patria l’ha persa o abbandonata per necessità e nella nuova fatica a trovare lo spazio adeguato, allora è chiaro che attraverso la lingua c’è un ritrovamento di sé, di una propria identità e del significato della propria esistenza. Il libro di Tentoni è per questo un tassello importante e una piccola e apparentemente semplice guida ad affrontare il tema dell’ospitalità, dell’incontro, attraverso la scrittura e con la valorizzazione dell’uso della lingua, prima materna e poi dell’ospite (ospitante). Uno strumento essenziale quest’ultima, la chiave per la reciproca conoscenza. Non è un caso che siano gli ospiti migranti a utilizzare questa chiave. Il potere è dall’altra parte, sta nel cittadino che si sente a casa sua. L’ospite (ospitato) è costretto per la sua stessa natura ad adeguarsi, ad imparare usi, costumi, lingua e mentalità del padrone di casa. A negoziare continuamente, come dici, la propria identità. In questo sforzo molti restano indietro, non potendo adeguatamente ‘integrarsi’, non avendo il tempo materiale o gli strumenti adeguati per apprendere la lingua e le altre chiavi di comunicazione indispensabili per essere accettati e poi accolti e potersi permettere lo scambio, l’incontro. Ma vivono comunque tutti il ‘privilegio’ del migrante, che è colui che si espone, che si getta in avanti nella vita, col coraggio dei forti, e ne viene persino stritolato, ma poi finisce per avere maggiore competenza, maggiore capacità per affrontarla, anche nella nuova società in cui è straniero. Sono d’accordo con Tentoni, la scrittura è terapeutica e offre rifugio. Ma è di pochi. Allargando lo sguardo sui migranti, anche su coloro che di questo strumento non hanno il controllo sufficiente, si può comunque restare confortati dall’enorme capacità di farcela e di resistere, di trovare rifugio e di dare risposte nelle esperienze quotidiane. La vita vince sempre. Quasi sempre. Non voglio escludere le enormi difficoltà, le perdite anche di vite umane che queste migrazioni e le frontiere barricate sottendono. Non desidero dimenticare la necessità di attrezzarsi, anche con sostegno psicologico, di fronte alle ‘malattie’ della migrazione, agli ostacoli che si frappongono per la cura dei migranti, che sono certamente più esposti degli altri, come detto sopra. Ma questa capacità di trovare rifugio e ospitalità è valida per tutti. Non dobbiamo dimenticarci che la sfida della migrazione è una sfida innanzitutto alla nostra civiltà, alla nostra società sempre più chiusa e meno accogliente. L’identità va rinegoziata in ogni caso, giorno dopo giorno, da parte di tutti. Ci chiediamo mai sufficientemente dell’identità di un italiano leghista? Forse desideriamo piuttosto eludere la questione…

Il lavoro è un perno al quale legare definizioni di sé, ce lo dice Zygmunt Bauman, ma nel caso del vu’ cumprà che vende borse, del commesso del kebab, del facchino o del muratore non stiamo forse di fronte a degli stereotipi che condannano lo straniero immigrato ad un ruolo fisso?

M.A.T.: Noi siamo intrisi di stereotipi, a livello sociale ma anche individuale; nei confronti del diverso, dello straniero, dello sconosciuto abbiamo delle paure e ci aggrappiamo alle nostre categorie, a schemi, semplifichiamo e imprigioniamo gli altri in immagini stereotipate, in ruoli fissi che diventano gabbie. Credo però che per un migrante sia molto difficile inserirsi nel mercato del lavoro in Italia, e non solo, e che debba accontentarsi di lavori dequalificati; così donne laureate e colte si adattano a lavorare come assistenti di anziani, ragazzi ugualmente colti non trovano di meglio che fare i venditori ambulanti; di qui a pensare che tutte le donne dell’est siano badanti, che tutti i senegalesi siano vu’ cumprà il passo è breve. Nel libro Ladri di lavoro i protagonisti sono per lo più figure che corrispondono agli stereotipi: il rumeno muratore, l’albanese titolare di impresa edilizia e così via, ma credo che l’autore voglia scegliere dei casi emblematici per richiamare la nostra attenzione sul fatto che dietro lo stereotipo ci sono delle persone, dei mondi di umanità. Forse questi libri così diversi hanno in comune l’interesse a questi mondi e vogliono essere un invito a conoscere e a ospitare questi uomini e queste donne con le loro culture. Credo che rimanga aperto lo spazio per libri che non solo denuncino la discriminazione ma che affermino la ricchezza culturale, oltreché umana, dei migranti, e soprattutto credo che rimanga aperto lo spazio per una narrazione e una scrittura dei e delle migranti in prima persona. Il laboratorio di scrittura autobiografica con donne migranti Verso di sé e tutto il progetto Vite in transito, che riguarda la raccolta di memorie dei e delle migranti è un contributo a questa prospettiva, che è insieme culturale e politica, come dice Antonio Prete nell’introduzione a L’ospitalità della scrittura.

Maria Annunziata Tentoni. Nata a Rimini, dove vive, è psicoanalista, associata alla Società italiana di Psicoterapia Psicoanalitica, collabora a vari progetti dell’Istituto di scienze dell’uomo di Rimini e al progetto interculturale Vite in transito, come consulente e coordinatrice. Laureata in Lettere classiche e Psicologia, svolge attività di psicoterapeuta. Ha pubblicato articoli di psicoanalisi su riviste specialistiche come Psicoterapia psicoanalitica e ha tenuto conferenze nell’ambito della psicoanalisi-psicoterapia. Vite in transito è anche un blog che pubblica materiale riguardante narrazione e migrazione e, in particolare, i testi autobiografici delle partecipanti al laboratorio di scrittura autobiografica che si tiene a Rimini.

Emanuele Maspoli. Nato a Torino vive a Venezia dal 1996 dove gestisce Il Lato Azzurro fondato nel 1994, sede di numerosi seminari e convegni sui temi della politica, della pace e dell’ambiente. Laureato in Scienze Politiche nel 1993 con tesi sul pensiero del padre Ignacio Ellacuría, teologo della liberazione ucciso in El Salvador nel 1989. Su questa vicenda e il pensiero dell’importante teologo salvadoregno ha scritto Ignacio Ellacuría e i martiri di San Salvador. Nel 2004 ha pubblicato La loro terra è rossa. Esperienze di migranti marocchini.

Vera Horn(15/07/2010)
 
 
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