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Mia Lecomte su letteratura e mondo d’oggi

La riscoperta della migranza

"La storia è movimento di popolazioni"

Mia Lecomte, critica letteraria, poetessa e scrittrice di libri per l'infanzia, racconta una società in trasformazione, che va perdendo punti di riferimento. Un’intervista per presentare un punto di vista sul cambiamento, letto senza filtri e pregiudizi.

Vorrei partire dal concetto di esilio associato alla letteratura, riprendendo la tua postfazione ai “Quaderni” della collana Cittadini della poesia (1998-2000). L'esilio sembra essere una parola chiave della letteratura contemporanea. Alla luce di questo concetto si può pensare attualmente ad una letteratura non radicata nel binomio lingua-territorio e quindi più dinamica e meno esclusiva?

Quello dove ci troviamo è un momento storico cruciale. Siamo in piena apocalisse e tutte le categorie da noi utilizzate per abitare questo nostro mondo stanno perdendo di significato al cospetto di tutto ciò che finisce e non sappiamo se e in che veste ricomincerà ad essere. Con noi o senza di noi. Può sembrare un po’ estremo, ma penso che se non si riconoscerà prima o poi l’impegno che ci è ri-chiesto per ri-creare, ri-crearci in quello che sarà, ci dovremo accontentare di spegnerci in un inutile, più o meno nostalgico, lamento. La vita è altrove, lo sperimentiamo in continuazione con le tragiche cronache – politiche, economiche, climatiche, ambientali… – della quotidianità, e quest’altrove va individuato e costruito insieme. In tutti i campi. Anche in letteratura, e qui vengo al dunque. Quello della migrazione non è un epifenomeno. In realtà la stessa storia dell'umanità è caratterizzata dal movimento di popolazioni, nonostante la visione distorta che ha cercato di imporci il nazionalismo degli ultimi cento anni. La migranza è la causa prima, storica, e anche biologica – tutto migra dentro di noi, malgrado noi – dell’esistenza dell’uomo nel tempo. Ora è divenuto più chiaro, evidente, per convergenze storiche che hanno radici comuni, e la letteratura se n’è fatta voce, ha incaricato i suoi scrittori, i poeti – autori dislocati, in transito, culturalmente e religiosamente meticci, translingui – di raccontare, incarnare l’evidenza di questa realtà. Non penso che ci sia una letteratura in esilio, migrante, da contrapporre a una radicata in una lingua e su un territorio. Come dicevo in principio: l’apocalisse ci coinvolge tutti, anche quelli di noi che pensano di poter semplicemente continuare ad essere come sono stati. Anche gli scrittori che si riconoscono in una stanzialità ormai solo apparente, radicati in realtà in una deflagrazione.

In un recente concorso letterario, la giuria si è concentrata sulla narrazione, sulla fabula, anziché sull'eventuale messaggio delle storie per l'infanzia di cui era oggetto il concorso. Nel tuo libro Come un pesce nel diluvio (2008), il messaggio, che può essere letto trasversalmente, non può essere distinto dalla narrazione stessa. Come autrice di libri per l'infanzia pensi che si possano distinguere queste due componenti in un libro infantile - penso anche agli scrittori "per adulti" che hanno scritto libri per l'infanzia come Huxley, Joyce, Faulkner, Miller - ?

Non credo nella letteratura, per adulti o bambini, dichiaratamente portatrice di un messaggio, al servizio di un contenuto più o meno edificante. E non credo neanche nella fabula, come elemento portante, e discriminante, di un libro di narrativa in generale. O meglio, penso che in un bel libro ci sia un po’ di tutto questo, e anche dell’altro – lingua, tono, atmosfera, stile, sentimenti… – avvinti in un’unità inestricabile, dove il valore dell’insieme, sta proprio nella nostra incapacità di distinguerne gli ingredienti, tutti necessari, di capire che cos’è realmente che ci sta facendo ridere, piangere, riflettere.

Se volessi a questo punto spiegare / si sta fra due mari, è già noto, ma non / come scissi o appena lambiti nei margini / si sta come stare davvero nel mezzo / del senso più profondo di stare tra due mari (“Lezioni salentine” da Terra di risulta, 2009). Vorrei riprendere il senso di questo stare tra due mari, inteso non come itinerario esistenziale, bensì poetico. La tua poesia ha radici in questo stare in mezzo tra lingue e musicalità diverse, forse è proprio questa la sua sorgente primordiale. Come si è definito il tuo percorso poetico in lingua italiana visto che il tuo vissuto, per ragioni familiari, linguistiche e geografiche è anche francese?

Io sono un’autrice totalmente italofona, non ho mai scritto in francese, lingua paterna. Però sono arrivata alla mia poesia dalla traduzione, da un lavoro quotidiano con mio padre, nell’intimità domestica, per rendere nel miglior modo in italiano i suoi versi francesi. Da questa collaborazione affettiva e linguistica, che è cominciata nell’infanzia e continua tuttora, è scaturita la mia poesia. E questa officina letteraria famigliare, a cui è conseguito soprattutto un certo modo di intendere le ragioni della poesia e la sua funzione, si è sempre svolta fuori dall’Italia – da cui sono partita bambina – in un territorio di confine che ha tracciato un solco profondo nel mio “stare”, esistenziale e poetico, ha lasciato un “fra” indelebile a dividere un qui e un là, me stessa da me stessa.

Mia Lecomte, poetessa, scrittrice di libri per l'infanzia, critica letteraria, è redattrice dei periodici di poesia Semicerchio e Pagine e delle riviste letterarie online El Ghibli, Sagarana e collabora a Le Monde Diplomatique, inserto del Il Manifesto. Tra le sue pubblicazioni si ricordano le raccolte poetiche Poesie (1991), Geometrie reversibili (1997), Autobiografie non vissute (2004), Terra di risulta (2009); i libri per l'infanzia Tiritere (2001), Come un pesce nel diluvio (2008), L’altracittà (2010). Ha inoltre curato diverse antologie di poesia della migrazione tra cui Ai confini del verso (2006) e la collana Cittadini della poesia. È a sua cura il capitolo “L'Asia mediterranea o vicino Oriente” del Nuovo planetario italiano (2006) a cura di A. Gnisci.

Vera Horn(11/05/2010)
 
 
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