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I caratteri universali della provincia

La favola e la cronaca

Il ritratto italiano di Pupi Avati

Sei domande a Pupi Avati. Autore di primo piano del nostro cinema, ha al suo attivo un'importante “commedia umana” per il grande schermo, giunta con Il figlio più piccolo al titolo numero 40, ricca di personaggi disegnati con affettuoso rispetto, realizzata traendo spunto per lo più dai ricordi della terra d'origine, Bologna e l'Emilia-Romagna, ma non senza uno sguardo sul presente, e con uno occhio attento, oltre che alla realtà, anche alle invenzioni della favola e alle gioie del sogno.

Il figlio più piccolo chiude un'ideale trilogia sulla paternità, iniziata con La cena per farli conoscere (2007) e proseguita con Il papà di Giovanna (2008). Come ha scelto di affrontare questo argomento?

L'idea di fondo è nata dall'aver incontrato in ripetute occasioni questo “figlio più piccolo” all'interno delle mie troupe, un tipo di ragazzo con un senso di inadeguatezza rispetto al contesto, con una propensione al sogno, molto timido, impacciato, goffo, con una grande difficoltà a socializzare, con delle aspettative per sé molto forti nel mondo del cinema. Indagando con curiosità questi giovani, mi sono accorto che quasi tutti replicano delle situazioni familiari pressochè identiche, assomigliando in modo speculare alla figura materna, mentre sono completamente privi di un riferimento paterno. Sembra che la figura paterna, quando esiste ancora, o perchè se n'è andata o perchè in qualche modo ha tradito il suo ruolo, risulti molto contraddittoria rispetto a quello che avrebbe potuto e dovuto essere. Perciò ho immaginato, come terzo episodio di questa perlustrazione del contesto famigliare, una storia che raccontasse come un padre possa essere così indecente e deludente, come quello del nostro “figlio più piccolo”.

In una carriera molto prolifica lei ha spaziato tra i generi più diversi, all'insegna di uno stile sempre a metà tra la favola e la cronaca. Che ruolo ha l'immaginazione nel suo cinema?

Credo che una caratteristica del mio cinema sia proprio il debordare dell'attenzione oltre i limiti del realistico, per sfociare anche nell'irreale, con uno sguardo tra il probabile e l'improbabile, tra il pensabile e l'impensabile, per camminare in quella linea di mezzo che Novalis ha più volte evocato e indicato come il percorso ideale per chi dispone di uno strumento attraverso cui raccontarsi. Forse perchè ho sempre pensato che una riproduzione piatta, rassegnata e obbediente della realtà significasse poco, mentre una realtà iltrataall'immaginazione permette di svincolarsi dalla cronaca, fardello oneroso da portare, troppo obbediente agli eventi di un'epoca, quasi da imporre una scadenza a ogni proposta narrativa, e al tempo stesso una realtà così filtrata consente qualche suggestione in più, permettendo a chi narra di porre anche degli interrogativi. Mi auguro che quella di raccontare storie attraverso delle domande, piuttosto che mediante formule esplicative, sia una costante di tutto il mio cinema.

Nella lunga “commedia umana” da lei raccontata al cinema, la rappresentazione dei personaggi, anche quando rivela aspetti negativi o deplorevoli, si astiene sempre da ogni giudizio. Come dire, mostrare senza dimostrare?

E' esattemente il mio atteggiamento. Non ho mai praticato un cinema di denuncia, perchè ho avuto sempre la sensazione, prima di puntare il dito contro qualcun altro, di avere uno specchio davanti, una vetrina nella quale riflettermi, e questo mi ha permesso ogni volta di chiedermi se io stesso fossi completamente esente dai difetti che volevo imputare agli altri, sviluppando così una sorta di pietas verso i miei personaggi. Un atteggiamento simile si vede molto bene già in Regalo di Natale, rispetto ai comportamenti più volgari e disdicevoli dei personaggi di quella partita a poker, ma anche nel Figlio più piccolo si ripropongono situazioni che vanno oltre il mio giudizio e che, se non implicano assoluzioni tout court, suggeriscono una propensione alla vicinanza anche di fronte all'errore. Forse tutto questo mi deriva dalla cultura cattolica in cui sono cresciuto, che mi ha insegnato non a giudicare, quanto piuttosto a mostrare limitandomi a dire quello che ho visto, senza dare voti, senza promuovere né bocciare.

Quanto incidono gli spunti autobiografici nella realizzazione dei suoi film?

L'elemento autobiografico è indispensabile nel mio modo di esprimermi, avvertendo da molto tempo che le nuove generazioni, a cominciare dai miei figli, non hanno alcuna cuiriosità nei riguardi del passato, mentre nutrono grande attenzione verso il presente e il futuro. Credo che per capire chi siamo, per comparare quello che abbiamo fatto con quello che stiamo facendo, per distinguere se quello è un percorso evolutivo o involutivo, abbiamo bisogno di una consapevolezza di quello che è stato il nostro modo di essere e di vivere. E poiché ne sono stato un testimone attento cerco di documentarlo, poi ci sarà chi ne farà un uso e chi invece lo rifiuterà, magari preferendo rifugiarsi nel cinema tecnologico tanto di moda oggi.

Quasi tutte le sue storie hanno per comun denominatore la sua terra d'origine, Bologna e l'Emilia-Romagna. Quanto è stato importante lasciarla, andando a Roma, per farne materia di racconto?

E' stato fondamentale, perchè solo compiendo questo percorso di 352 chilometri sono riuscito a creare quella giusta distanza attraverso cui ho potuto evocare non soltanto un luogo ma anche un tempo, di riprodurre le condizioni nelle quali sono cresciuto, coltivando un'aspettativa, un sogno, un'attesa. Se fossi rimasto a Bologna sicuramente non avrei avuto il coraggio di mettere in campo questa sfrontatezza.

A quale dei suoi film è più affezionato?

Il film a cui tengo di più è quello che ho appena fatto, in questo caso Il figlio più piccolo, perchè è quello che mi assomiglia di più, che rispecchia il mio sguardo di oggi nei riguardi della mia esperienza, della mia vita, di quello che so delle cose del mondo. Avendo fatto una quarantina di film, se lei mi mostra un mio lavoro di trent'anni fa, io posso anche seguirlo, però mi stupisco e in qualche modo mi imbarazzo. Da una parte mi stupisco perchè mi dico, “Ma io sono stato realmente così?”, e allo stesso tempo mi imbarazzo chiedendomi “Ma io ho creduto davvero in quella cosa lì?”, perchè nel frattempo ognuno di noi ha compiuto un percorso. Con questo non voglio dire che uno sia migliorato, ma sicuramente se n'è andato, è diventato una cosa diversa e l'esperienza serve moltissimo all'essere umano per mutare di continuo, riflettendosi anche nei film che uno fa. Ecco perchè, le dico, io oggi “sono” Il figlio più piccolo, mentre domani “sarò” il film che farò.

Filippo Zavatti(12/03/2010)
 
 
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