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Viorel Boldis racconta la creazione letteraria

“Sedersi e meravigliarsi”

La solitudine del migrante e del poeta

Il poeta romeno Viorel Boldis vive in Italia da quindici anni. Nella sua opera letteraria si ritrovano gli aspetti del quotidiano, la solitudine, il continuo camminare, nella ricerca che unisce il migrante e il poeta. Insieme ai versi, la produzione narrativa: il racconto Amir, che presenta, a tratti, la storia vera di un bambino afgano. Vicende che Boldis ha ascoltato nelle parole di un barbone. Un uomo con cui il poeta ha condiviso una scatola di cartone alla stazione centrale di Milano nell’autunno del 1995.

Il poeta ma anche l’uomo migrante è un uomo solitario che percorre gli spazi della circolazione e della comunicazione che non hanno vincoli identitari (il non luogo di Marc Augé). Il poeta ma anche l’uomo migrante è quindi questo soggetto errante alla ricerca di un improbabile approdo?

Il poeta è l’incarnazione del non luogo, è il Niente alla ricerca del Tutto, ma allo stesso tempo, il Tutto s’annida nel suo cuore alla ricerca dell’indefinito. Non è il cambiare paese che ci rende migranti, ma è il senso di non appartenenza che ci rende universali. Il poeta è un ricercatore perenne, ma non cerca e non dà risposte... il poeta materializza sogni.

Nel tuo primo libro, Da solo nella fossa comune, “ombra” è una parola ricorrente. Persone, ricordi sono ombre ma anche la vita è un’ombra. È la condizione dell’uomo moderno?

L’ombra è, senza ombra di dubbio, certezza della nostra esistenza materiale, carnale... è l’intreccio tra la Luce - essenza del nostro essere spirituale -, e la Carne - fulcro del nostro essere materiale -. L’ombra è una coincidenza, e le coincidenze mi hanno sempre incuriosito. Se per l’uomo moderno intendi l’ultimo model in circolazione di homo sapiens, allora direi che l’ombra è un buon punto di riferimento per entrambi. “Ombreggiare! Questo è forse il compito c’abbiamo... Intrusi tra la luce e le cose, noi ombreggiamo sagome fumose”. Credo poi che l’ombra racchiude in se, parte della nostra luce interiore, ma anche le nostre paure ancestrali... al tramonto, con l’avvicinarsi della notte, anche le ombre si allungano, crescono nutrite della nostra paura del buio.

Con il racconto Amir hai vinto il concorso “Sono venuto dall’alta parte del mondo per incontrarti”, letteratura migrante per l’infanzia per la fascia 11-13. Amir è la storia di un ricongiungimento con la propria storia, di un ritorno al grembo materno ma allo stesso tempo di un intrecciarsi di culture e memorie radicalmente diverse che si incontrano in un punto della storia. Perché la scelta di un bambino afghano come protagonista?

Semplicemente perché la storia di Amir ha del vero. La sua storia mi è stata raccontata da un barbone con il quale ho condiviso una scatola di cartone alla stazione centrale di Milano nell’autunno del 1995. Io non ho fatto altro che aggiungere alcuni dettagli, che a dire il vero avevano a che fare con il mio vissuto a Milano, e inventarmi un lieto fine, perché in realtà, quel ragazzo afghano chi sa dove sarà finito. Quando scrivo, che siano poesie o racconti, parto sempre dalle cose vissute, vere. Certo, nel processo di creazione la realtà si mescola tante volte con la finzione, ma non saprei dirti dove finisce la realtà e quando comincia la finzione. Forse non c’è differenza, forse non esiste un confine tra queste due... siamo noi esseri umani, che con il nostro bisogno di certezze diamo un inizio e una fine a qualsiasi cosa, quando magari l’inizio e fine non esistono, o esistono tutte e due nello stesso momento.

Il poeta brasiliano Vinícius de Moraes affermava che la poesia è frutto della vita e non un esercizio del pensiero astratto. Per te la poesia ha questo stretto collegamento con l’esperienza di vita di cui parla Vinícius?

In parte ti ho già risposto: quello che scrivo è quello che sono. Ma direi comunque che la realtà non esclude l’astratto, ma lo trasforma... e questa formula vale anche all’incontrario. L’essere umano racchiude in se, sia l’astratto che il reale. La poesia per me, non è altro che un punto di collegamento, un ponte tra le cose che si vedono, il reale, e le cose che soltanto si intuiscono, l’astratto quindi. Mentre il filosofo, guardando questo ponte, pone delle domande sulla sua natura, sul perché di questo ponte... mentre lo scienziato si chiederà quali sono le equazioni che stano alla base della costruzione di quel ponte... mentre il politico penserà come poter usare quel ponte a favore dei suoi interessi... mentre tutti gli altri si preoccupano di tutte queste cose, il Poeta non fa altro che sedersi in mezzo a questo ponte e meravigliarsi.

Viorel Boldis, nato a Oradea (Romania), vive in Italia dal 1995. Ha pubblicato le raccolte di poesie Da solo nella fossa comune con prefazione di Fulvio Pezzarossa, che ha vinto nel 2005 il concorso Eks&Tra, e Rap...sodie di migranti (2009). Per la Sinos edizioni ha pubblicato il racconto Amir (con illustrazioni di Lucia Sforza), che ha vinto il concorso per la letteratura dell’infanzia “Sono partito dall’altra parte de mondo per incontrarti”, promosso dalla CIES di Roma e dal Ministero degli Affari Esteri. I suoi racconti e poesie si trovano anche su El Ghibli, il magazine di letteratura on line diretto da Pap Khouma, nella rivista on line Sagarana diretta da Júlio Monteiro Martins e, tra le altre, nelle riviste Voci dal Silenzio di Bologna, Cronica Regia di Torino e Il Brescia. Le sue poesie sono state incluse nell’Agenda Poetica Artistica 2010 edita da Nicola Calabria Editore e nella raccolta Poesie del Nuovo Millennio volume 7, edito da Aletti Editore. I suoi versi hanno un ritmo veloce, incalzante, e colgono la superficie aspra del quotidiano e il destino errabondo dell’uomo, in particolare del migrante, il suo camminare ininterrotto – il camminare dell’uomo solitario senza vincoli (“non tengo niente, né case, né terre, nemmeno un conto corrente”) che celebra icone contemporanee come la rete Internet e il centro commerciale.

Vera Horn(23/02/2010)
 
 
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