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Oltre trent'anni di cinema italiano

Spiritualità e mondo sociale

Sei domande a Liliana Cavani

Sei domande a Liliana Cavani. Autrice tra le maggiori personalità del cinema italiano, attenta alle differenze e agli enigmi dell'esistenza umana, in una carriera iniziata negli anni Sessanta ha coniugato istanze spirituali e sociali con una poetica che va dalle radici della religiosità a diverse latitudini al rapporto tra i valori individuali e la dimensione comunitaria, ai legàmi tra le zone oscure della psiche e i fenomeni della Storia. All'insegna di uno sguardo tra il reale e l'immaginario che, anche quando si rivolge al passato, lo rilegge come azione attuale.

Due film su San Francesco d'Assisi realizzati a distanza di oltre vent'anni l'uno all'atro, il primo nel '66 come esordio nel lungometraggio, il secondo nell''89 con Mickey Rourke: che rapporto vede tra loro?

Il primo Francesco, che è stato in assoluto il primo film prodotto dalla Rai, nasceva da un suggerimento di Angelo Guglielmi, allora dirigente dell'azienda di Stato, che voleva realizzare una commemorazione televisiva per un anniversario del santo, poi sono stata io a spingere perchè con quello stesso denaro si realizzasse un vero e proprio film; lui però mi disse che i soldi erano pochi, ma che ne avrebbe parlato con Leo Pescarolo, allora giovane produttore, che subito si entusiasmò e contribuì a realizzare questo progetto, il cui successo poi si rivelò notevole; un film raccontato sotto forma di cronaca, dove facevo accadere gli avvenimenti e li filmavo come fossi una giornalista dell'epoca. Il secondo, invece, ho voluto farlo io, perchè quella di Francesco è stata una rivoluzione culturale che si propaga nel tempo, rimane sempre nell'aria e non si esaurisce certo in un film, trattandosi del santo più conosciuto al mondo, il più capito e apprezzato da ogni religione. Un film stilisticamente più tradizionale, dove ho approfondito le sue crisi e il filo del rasoio su cui la sua scelta lo ha tenuto per tutta la vita.

Nei Cannibali (1970) ha dato una rilettura in chiave moderna dell'Antigone di Sofocle, la tragedia antica sul doloroso contrasto tra le leggi umane e la pietà fraterna. Come ha scelto di rendere attuale questo dramma?

Sentendo la perennità del testo di Sofocle, volevo raccontare la presenza del nemico in casa, ossia negli Stati moderni, un nemico che impone leggi assurde e inaccettabili contro le libertà fondamentali dell'essere umano, contro la libertà di pensiero, di esprimere i propri sentimenti, di aderire a questa o a quella religione. Esprimendo tutto ciò, il testo mi sembrava di grande attualità, con dittature sparse nel mondo e da più parti tentazioni di autoritarismo, con istanze giovanili non tutte da buttare, come certe autorità pensavano, ma che rappresentavano anzi un'energia per prendere coscienza di sé come individui, per decidere con la propria testa senza seguire passivamente le scelte dei più adulti. In questo caso Tebe diventava Milano, all'epoca più di oggi la città italiana più europea, molto adatta a rappresentare l'idea di una città moderna e, naturalmente, qui raccontata secondo i criteri di un immaginario possibile.

L'ascesi e il misticismo orientali sono al centro di Milarepa (1974), ispirato alla biografia dell'omonimo maestro tibetano del XII secolo. Cosa l'ha spinta a intraprendere questo viaggio in una terra lontana?

Dopo averne parlato una sera con Elsa Morante, ho letto l'edizione inglese della biografia di Milarepa e ne sono rimasta così incuriosita da intaprendere un lungo viaggio in India e in Nepal. Allora non si poteva andare in Tibet a seguito dell'occupazione cinese, quindi ho deciso di recarmi nel Mustang, dove ho incontrato contadini immersi in grandi tradizioni, che ricordo molto belli e molto dolci. Una volta là ho pensato che non avrei potuto raccontare direttamente Milarepa, non essendo io una tibetana, e ho scelto di farlo sotto forma di esplorazione, attraverso uno studente di oggi che studia il testo suggeritogli da un professore di materie orientali e immagina questo viaggio come identificandosi nel protagonista di un romanzo, con un Tibet immaginario nel senso in cui lo immaginavo io liberamente, non avendo neanche potuto vederlo. Del resto, era l'epoca in cui, più di oggi, si esploravano questi mondi, tirava ancora il vento del '68, un momento molto interessante in cui giovani di nazioni diverse si incontravano in giro per il mondo, soprattutto nei meeting musicali; il film risente in gran parte dello spirito meraviglioso di quel periodo.

Com'è nata l'idea di raccontare il fenomeno del nazismo attraverso la psicologia dell'individuo in uno dei suoi film più discussi, Il portiere di notte (1974)?

Per Il portiere di notte sono partita pensando a come molti di noi oggi non sanno in che modo si sarebbero comportati se fossero stati nei panni della generazione che ha vissuto gli anni del nazismo o del fascismo e delle loro leggi razziali. Ai giorni nostri, pensando ad allora, tutto questo ci sembrerebbe inaccettabile, ma il nazismo è stato possibile anche perchè chi viveva in quell'epoca, salvo poche eccezioni, ha finito per aderire a certe regole assurde anche solo non aprendo bocca. A Parigi ricordo che Michel Foucault difese strenuamente il film da chi pensava che fosse immorale mettere al centro della storia un personaggio che si era macchiato di infamie, anche se in fase di revisione. E mentre in Italia, come sempre, la questione della censura riguardò il problema del sesso, in Francia il film non venne ritirato e il dibattito si concentrò giustamente sulla tematica sociale e sulla psicologia dell'individuo, fatta di bene e di male insieme, e sulla nostra volontà che cerca di far prevalere il bene anche se non sempre ci riesce.

Avendo iniziato a fare cinema negli anni Sessanta, si è mai sentita parte di una Nouvelle vague italiana?

L'ho sempre pensato, sentendomi accomunata ad amici come Marco Bellocchio e Bernardo Bertolucci dalla stessa energia e visionarietà, caratteristiche che ci hanno spinto a scostarci dalla tradizione neorealista per indagare la psiche e i fenomeni di maturazione e di ribellione dell'individuo con un'analisi diversa, più nuova, moderna e in un certo senso più esportabile. Credo che da parte della critica sia mancata la capacità di capire e analizzare a fondo questo nuovo linguaggio, che, insieme alle opere di autori come Pasolini, Germi, Petri, stava fornendo gli elementi per una cinematografia molto importante. Purtroppo fino all''89 il discorso culturale era tutto “o di destra o di sinistra” e, se tra noi a destra non c'era nessuno, a sinistra il culto del neoralismo faceva funzionare ancora il “codice Lukács”.

Un sogno rimasto nel cassetto?

Sono tanti, ne cito due, uno su Simone Weil, di cui volevo realizzare una biografia per la Rai che poi non si è mai riusciti a fare, ma di cui venne pubblicata la sceneggiatura da Einaudi (L. Cavani, I. Moscati, Lettere dall'interno. Racconto per un film su Simone Weil, 1974), e l'altro su un terzo Francesco, la cui possibilità però non voglio tenere nel cassetto.

Filippo Zavatti(09/02/2010)
 
 
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