Icon Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca
 
Ricerca nel sito
Corsi di italiano
Corsi di italiano
I corsi di italiano della prima generazione
Aree disciplinari del corso di laurea
Antichistica
Filosofia
Geografia
Letteratura
Lingua
Musica, Teatro e Cinema
Storia dell'arte
Storia e scienze sociali
Risorse in abbonamento
Biblioteca digitale
Museo virtuale
Enciclopedia
Materiali multimediali
Formazione
Forum
Ricerca utente

Archivio Primo PianoArchivio GeneraleHome News

Il cinema "con ironia e un certo cinismo"

La stagione d’oro della “Commedia all’Italiana”

Una conversazione con Mario Monicelli

Una conversazione con Mario Monicelli. Uno dei fondatori della commedia all’italiana, autore di titoli indimenticabili come I soliti ignoti, La grande guerra e L’armata Brancaleone, racconta una stagione d’oro del cinema italiano che ebbe i suoi punti di forza nell’ironia e nell’osservazione del costume, ma senza rinunciare ai sottotesti drammatici e al confronto con la storia.

Da padre nobile della commedia all’italiana, cosa ha rappresentato secondo lei quel momento della storia del nostro cinema?

La stagione della commedia all’italiana, in realtà, è iniziata molto prima di quanto non venga riconosciuto, subito dopo la guerra; chi aveva subìto la doppia tragicommedia del fascismo e della guerra aveva parecchie cose da dire e le ha espresse attraverso il mezzo più recente, il cinema. Si è voluto raccontare insomma qual era l’Italia della ricostruzione, che negli anni Cinquanta stava conoscendo l’industrializzazione, esaltando la stagione del boom economico ma al tempo stesso mostrandone le magagne che vi si potevano nascondere, spesso con ironia e un certo cinismo; ricordiamoci Il boom di De Sica, dove un lavoratore era disposto a vendere un occhio pur di accedere al benessere dei consumi. La commedia all’italiana è nata insomma per raccontare qual era il sottofondo di una realtà che il neorealismo esaltava invece in maniera acritica; per una quindicina d’anni la nostra critica la trattò come spazzatura, come cinema comico di secondo ordine poi, come spesso accade, solo una volta rivalutata in Francia, anche la critica italiana iniziò a guardarla con atteggiamento diverso.

Fin dai suoi primi film, da Guardie e ladri a Totò e Carolina, accanto ai toni scherzosi si intravedono già i segni di un impegno critico che in seguito sarebbe stato più esplicito. Concorda?

Noi cineasti stavamo appunto ironizzando sull’Italia del boom, cercando di raccontarne il sottofondo, e l’atteggiamento della critica italiana era assolutamente contrario alla nostra commedia proprio per i suoi toni piccolo-borghesi, ironici, per il suo registro sostanzialmente comico, anche se il sottotesto era spesso drammatico. E diciamo la verità, il “la” al tono della nostra critica cinematografica era dato soprattutto da Mario Alicata, il capo della sezione cultura del Pci, molto severo e legato all’estetica neorealista, per il quale tutto ciò che parlava di comicità e di commedia era visto come elemento di disturbo e giudicato come cosa di terz’ordine, avendo in realtà capito ben poco di quello che stava raccontando la commedia.

Una tappa imprescindibile della sua filmografia è costituita da I soliti ignoti, un’opera a metà tra il comico e l’amaro che nel ‘58 segnò la svolta della commedia all’italiana verso la critica di costume. Cosa ricorda di più di quella realizzazione?

Per I soliti ignoti ricordo la difficoltà avuta nel fare il casting, per esempio nella scelta di un monumento del teatro italiano come Vittorio Gassman nel ruolo di un pugile suonato, considerata impensabile per questo genere di film secondo molti produttori e critici. A questo vanno aggiunte le diffidenze dei finanziatori per il tipo di soggetto, quel sottoproletariato che rappresentava una parte sostanziale dell’Italia di allora; fare emergere e far vedere quella parte di Paese con quei toni è stato molto difficoltoso, ho dovuto ritardare la lavorazione di un anno e mi venivano suggeriti di continuo altri attori. Insomma, una vera e propria impresa.

Pur conservando l’ironia, tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, con La grande guerra e I compagni, ha intrapreso un confronto con la storia, patria e sociale, che poi è proseguito nei Settanta con quella tutta popolare di L’armata Brancaleone e Brancaleone alle crociate. Com’è avvenuto questo passaggio?

Devo dire che è stato qualcosa di assolutamente inavvertito, senza alcuna coscienza di causa; semplicemente anche certi argomenti del passato ci sembravano molto adatti a raccontare l’Italia di allora, usando termini comici o addirittura grotteschi. In quegli anni noi cineasti, non solo della commedia, avevamo una coscienza e una cultura sociale molto accentuata, quindi anche nel trattare temi storici che sembravano lontanissimi, come il Medio Evo rivisitato nell’Armata Brancaleone oppure il conflitto di mezzo secolo prima nella Grande guerra, immettevamo in modo molto naturale la nostra visione dell’Italia dell’epoca, senza che niente fosse programmato.

Alcuni suoi film sono trasposizioni di testi importanti, come Caro Michele, tratto da Natalia Ginzburg, e Un borghese piccolo piccolo, da Vincenzo Cerami. Qual è stato il suo rapporto con la letteratura?

Il cinema italiano di allora, sia quello neorealista sia quello della commedia all’italiana, non usava molto la letteratura in modo diretto, faceva come si dice di testa propria, e in gran parte le idee e i soggetti nascevano dagli stessi scrittori di cinema, me compreso, che ho cominciato proprio come sceneggiatore con Steno. Però leggevamo moltissimo, eravamo molto acculturati sul romanzo e sulla saggistica, quindi i personaggi, le vicende, i nodi psicologici, le battute che nascevano da noi risentivano in qualche modo delle nostre letture, che spaziavano dagli autori americani a quelli francesi, dagli inglesi ai russi e, naturalmente, agli italiani. È quello che manca oggi, con gli sceneggiatori che scarseggiano proprio perché non leggono abbastanza e non sanno che non si inventano cose nuove se prima non si è letto infaticabilmente.

Una sua grande dote è stata sempre quella della direzione degli attori, a cui ha dato spazio con una regia senza indulgenze per l’effetto e molto attenta al racconto e ai singoli caratteri. Un segreto della sua tecnica?

Questo si deve anche al fatto che passavo molto tempo con gli sceneggiatori a parlare dei caratteri e dei loro rapporti, delle loro evoluzioni psicologiche e del loro modo di esprimersi, dei dialoghi. Al momento di dirigere gli attori, quindi, sapevo già perfettamente ciò che volevo ottenere e a quel punto, specie con attori di livello, tutto usciva fuori anche senza grandi fatiche. Se lei veniva a vedermi girare poteva notare che, battuti due o tre ciak, il risultato andava già bene, appunto perché quasi tutto era già stato risolto molto tempo prima.

Come vede il cinema italiano di oggi?

Come accennavo prima a proposito degli sceneggiatori, nel cinema italiano di oggi sento una mancanza di conoscenza dei grandi testi della nostra cultura. Mi sembra che i nostri giovani cineasti si occupino solo di cinema, credono di essere acculturati perché hanno visto centinaia, migliaia di film, ma poi non conoscono affatto la storia della letteratura, del teatro, dell’arte, della musica. Il cinema fine a se stesso rappresenta una cultura d’accatto, sulla quale non si costruisce niente se non c’è dell’altro sotto. Magari un bel film duro e spietato, che racconta la realtà così com’è, si può ancora fare, vedi il caso di Garrone con Gomorra, ma un po’ più difficile è fare dell’ironia con la commedia. E spesso si dimentica che la nostra identità, se ne esiste una, pare sia figlia di un grande testo medievale che non a caso si chiama proprio La Commedia, nel quale si trova di tutto, gli amori, gli odi, le turpitudini più infami insieme alle esaltazioni dell’inconscio più elevato. Spero che i giovani autori se lo ricordino.

Filippo Zavatti(18/12/2009)
 
 
Archivio Primo PianoArchivio GeneraleHome News

 

Reg. Tribunale di Milano n. 739 del 28 dicembre 2002

Direttore responsabile: Marco Gasperetti
Caporedattore: Michelangelo Betti
Grafica: Andrea Grande

Collaboratori: Italia | Estero

Vuoi identificarti?
Utente
Password
Hai dimenticato la password?

Registrati
Potrai accedere alla Biblioteca e partecipare ai Forum!

Clicca qui!

Newsletter
Per ricevere le notizie di ICoN lascia la tua
e-mail

Rapporti internazionali
Partner didattici


Icon tools
Invia a un amico questa pagina
Fai di questa pagina la tua home page
Stampa questa pagina
Copyright © 2000-2016 Consorzio ICoN - Italian Culture on the Net - p.i. 01478280504
Sede legale: Lungarno Pacinotti 43, 56126 Pisa - Sede amministrativa: Piazza dei Facchini 10, 56125 Pisa
Iscrizione al Registro delle imprese di Pisa: PI-130559