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La letteratura di lingua italiana di Komla-Ebri

Una finestra con vista sull'Africa

Un’intervista allo scrittore togolese

Kossi Komla-Ebri, togolese di origine e in Italia dal 1974, è uno scrittore-medico e un medico-scrittore che ha fatto dell'oralità, del patrimonio culturale d'origine e dell'incontro di culture la materia prima della sua opera letteraria. Kossi Komla-Ebri, laureato in Medicina a Bologna, ha transitato per generi diversi, dagli sketches di Imbarazzismi al racconto e al romanzo. Da scrittore esordiente ha vinto il primo premio per la narrativa alla terza edizione del concorso Eks&Tra (1997) con Quando attraverserò il fiume e il quinto premio all'edizione successiva con Mal di.... Entrambi i racconti sono stati pubblicati nelle antologie del concorso. In seguito ha pubblicato i volumi di racconti All'incrocio dei sentieri (2003) e Vita e sogni (2007) e un romanzo (Neyla, 2002), tradotto e pubblicato anche in inglese.

Sei forse lo scrittore migrante che ha maggiormente impresso nella pagina scritta la tradizione orale della cultura di provenienza, sovvertendo in certo modo l'autorità attribuita alla parola scritta con il riscatto delle forme orali non appartenenti al canone occidentale, normalmente trasmesse tramite la memoria e l'esperienza. Come si sviluppa questa forma d'integrazione tra cultura orale e cultura scritta, tra patrimonio africano e letteratura italiana nella tua narrativa?

Ho sempre cercato di portare nella mia scrittura i valori dell’Oralità, certo con i suoi limiti perché ne viene a mancare la “corporeità”: la gestualità, il tono della voce, l’improvvisazione e la partecipazione dell’uditore. Nei miei testi faccio un richiamo costante ai detti e proverbi che sono appunto i punti cardini della cultura orale africana perché la tradizione orale è prima di tutto “tessitura di memoria” per la trasmissione di conoscenze setacciate nel tempo passando di bocca ad orecchio per giungere come patrimonio didattico di un popolo fino a noi oggi. Inoltre cerco di dare ai miei testi il ritmo del linguaggio orale -con talvolta delle volute ripetitività- in modo tale che chi legge abbia la sensazione del racconto orale.

Il racconto Mal di... si sviluppa come una rivisitazione dell'espressione 'mal d'Africa', inizialmente utilizzata in un contesto coloniale africano in riferimento al sentimento di ex coloni. Tuttavia, nel tuo racconto, l'espressione, lasciata in sospensione, ha una curiosa ambivalenza che non riguarda soltanto un sentimento di nostalgia che contraddistingue il migrante sradicato dal continente nero e spaesato nella società di accoglienza ma va oltre, nell'individuare un originale sentimento di nostalgia verso il paese dell'emigrazione. Parlaci di questa sospensione di identità, del come la elabori nella tua opera.

L’esperienza della migrazione rimane sempre qualche cosa di traumatica, di sradicante. Si tratta come dice bene la scrittrice brasiliana Christiana de Caldas Brito di lasciare di colpo tre madri:la “madre terra”, la “madre naturale” e la “madre lingua” e tentare di rinascere sotto altri cieli, in un’altra lingua. Si tratta di riadattarsi ad altri profumi, odori, suoni, rumori, ritmi ed affetti ma anche di ritrovarsi in un luogo scelto o desiderato. In questo processo c’è un passaggio di disorientamento quello che definisco del “non più e non ancora” in cui ci si ritrova in “sandwich” fra due culture in una crisi identitaria acuta, culturale ed emotiva in “patrie a noleggio” in un limbo dove raccogliere i cocci del proprio vissuto passato per coniugarlo colo presente e proiettarsi verso il futuro riconoscendosi e accettandosi come arlecchino d’identità plurima, mosaica: una ricca sintesi di più culture. È questa sensazione di doppia appartenenza che ho cercato di esprimere sia nel racconto Mal di… che in Due scatole di fiammiferi dove i protagonisti esprimono emozioni, prove d’interazione culturale che va oltre il classico “Mal d’Africa”, spesso sinonimo di “Mal di privilegio” .

Le tue opere vantano vendite elevate, soprattutto nel caso dei microracconti o sketches Imbarazzismi e Nuovi imbarazzismi, vendite che in parte si svolgono per strada, fuori dalle librerie. Al di là delle cifre, pensi che questo sistema di vendita alternativa possa essere una specie di leva per rilanciare autori e opere che restano fuori dai grandi circuiti o al contrario potrebbe significare la marginalizzazione di una produzione letteraria emergente?

Sinceramente devo ammettere che sono stato in principio un po’ restio all’idea di fare vendere i miei libri “per strada” perché non mi piaceva l’idea che fossero venduti come accendini, calze o borsette contraffatte. Un libro veicola idee, emozioni e inoltre avevo paura che fossero acquistati caritatevolmente, per “pietà” oppure per sbarazzarsi dello “scocciatore” di turno. Invece ho incontrato i ragazzi della Cooperativa Solidarietà Come e li ho trovati motivati e ben preparati. Oggi penso che questo sistema di vendita sia efficace perché porta il libro verso la gente che in genere non legge o che non ha tempo di entrare in una libreria. Non escludo -ne ho avuto diverse testimonianze - che talvolta sono comprati per sottrarsi all’insistenza di qualche venditore poi lo si legge e si rimane sorpreso. Non vedo rischi di ghettizzazione. Il mondo dell’editoria è una giungla, il grande editore cerca un profitto che lo scrittore emergente non può garantire. Ben vengano altre vie. Credo che uno scrive per essere letto e comunicare il suo messaggio, se la strada diventa questo spazio d’incontro, ben venga la strada e poi romanticamente non mi dispiace l’idea di una letteratura che appunto “migra” per le strade.

www.kossi-komlaebri.net

Vera Horn(22/07/2009)
 
 
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