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Garage Olimpo, un ponte tra culture

Cinema tra Italia e Sud America

Una conversazione con Marco Bechis

Con Garage Olimpo ha scritto una tra le più importanti pagine del cinema “civile” di oggi, ma anche negli altri film il Sud America rimane la sua materia favorita di racconto. Una conversazione con il regista Marco Bechis che, nato in Cile e cresciuto in Argentina, si trova a unire culture diverse.

Anche per ragioni biografiche il Sud America costituisce una fonte d'ispirazione continua nel suo percorso artistico e si può dire che lei rappresenti un ponte, almeno in senso cinematografico, tra la cultura italiana e quella latino-americana: come le tiene insieme nel suo lavoro di regista?

A livello di identità, diciamo che da più di trent'anni, da quando cioè fui espulso dall'Argentina per motivi politici nel 1977, tendo a sentirmi un sudamericano quando sono in Europa e un europeo quando faccio ritorno in Sud America; per questo forse mi sento molto a mio agio negli aeroporti, ovvero dei luoghi in cui uno è già partito ma non ancora arrivato. Nel fare film il mio sguardo è sempre quello di uno che guarda le cose dal di fuori, in Italia come in Argentina, dove dopo molti anni ho finito per sentirmi quasi un estraneo, e forse è proprio questa sensazione di non essere mai in nessun luogo che mi ha spinto a fare il regista.

I suoi film sono quasi delle testimonianze, espresse sempre con un rigore stilistico immediatamente riconoscibile, ora per un taglio d'inquadratura, ora per un particolare movimento di macchina. Qual è secondo lei il rapporto tra linguaggio cinematografico e passione civile?

Per me il problema dello stile è sempre legato a quello del contenuto della storia da raccontare. Ci sono molti film politicamente impegnati che sono però commerciali, penso a molte pellicole americane sulla politica internazionale e non che utilizzano comunque un linguaggio classico. Fare un film su un problema politico, invece, vuol dire innanzitutto fare il film in modo “politico”, cioè utilizzando una forma consona al contenuto che si vuole raccontare. Per esempio, in Garage Olimpo, la scelta di raccontare le torture evitando di insistere sulle scene di sangue e di dolore straziante, limitandomi a suggerirle, ha reso forse il film ancora più duro. Del resto possono esserci anche film impegnati che raccontano storie d'amore, penso ad esempio a Ultimo tango a Parigi, che negli anni Settanta è stato un film profondamente “politico”, perciò credo che al cinema il sentimento civile passi sempre attraverso la forma con cui ogni soggetto viene trattato.

Ecco, Garage Olimpo, la prima parte del dittico sulla dittatura argentina. Com'è nato questo film?

Garage Olimpo nasce da un'esperienza personale, essendo io passato vicino a un luogo come quello al centro del film, però ho scelto poi di non raccontare la storia in modo autobiografico, prendendo come protagonista una donna. Ma il senso del film andava anche oltre, investendo la questione della tortura come congenita ai sistemi moderni e quella altrettanto attuale dei crimini contro i diritti umani perpetrati dalle stesse istituzioni, come mi era capitato di vedere in quegli anni anche in Bosnia. In questo senso il film non è databile, abbiamo scelto una scenografia e dei costumi assolutamente atemporali, appunto perché il problema potesse essere riconosciuto anche nel tempo.

Nella seconda parte del dittico, Figli - Hijos, il dramma dei desaparecidos viene visto attraverso gli occhi della generazione successiva, privilegiando la cornice del privato ma evitando di cedere, nonostante i temi affrontati, a effetti viscerali. È d'accordo?

Sì, sono d'accordo, ma pur essendo quasi una continuazione del precedente, Figli è un film completamente diverso. In realtà volevo realizzare un'opera in due parti, Garage Olimpo doveva rappresentare il passato, Figli il presente, e volevo che gli stessi attori visti nella prima parte partecipassero anche al seguito, ma con i figli dei personaggi che avevamo visto nel film precedente, poi questo non è successo per ragioni produttive e sono usciti due film distinti. Qui il rischio più grande era quello di lasciare che lo spettatore si identificasse anche per un attimo con quei due finti genitori, quindi il film è risultato molto secco, freddo, asciutto, appunto perché era impossibile entrare in quella dinamica con i toni del melò.

L'ultima opera, La terra degli uomini rossi – Birdwatchers, in concorso all'ultima Mostra di Venezia, si colloca al limite tra film di finzione e documentario antropologico: al centro il dramma di una popolazione indio del Brasile a rischio estinzione. Perché questa scelta?

Per lo più la filmografia sulla questione indigena, da Mission ai film di Herzog a The New World di Malick, ha avuto per protagonisti degli attori internazionali, di conseguenza dei personaggi bianchi, mentre qui ho sentito che proprio gli indios sarebbero stati gli interpreti perfetti per quest'esperienza. Il mio obiettivo perciò non era fare di loro dei testimonial del loro problema, ma far emergere la propensione innata per la recitazione di uomini che, pur essendo analfabeti e immersi in una tradizione orale, avevano grandi potenzialità espressive in senso cinematografico. Mi è sembrata anche un'esperienza che abbia unito la forma al contenuto, con gli indigeni che si manifestavano con i loro modi all'interno del nostro sistema-cinema, non osservati da vicino con l'occhio documentaristico di tante docu-fiction: sono stati in primo luogo degli attori e hanno svolto le riprese in modo classico, entrando nella parte spesso anche prima dei professionisti al loro fianco.

Sta lavorando a un nuovo progetto?

Su questo preferisco non dire nulla, tranne che si tratta di un progetto tutto italiano: visto che da tren'tanni vivo in Italia, mi sembra ormai giunto il momento di mettere a frutto tutta la mia esperienza per cercare di raccontarla.

Filippo Zavatti(29/05/2009)
 
 
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