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Critica e festival della Settima arte

Una vita per il Cinema

Oltre 60 anni di attività per Gian Luigi Rondi

Un grande critico e una vita passata nel mondo del cinema, recensendo film, incontrandone i protagonisti e dirigendo i maggiori festival italiani. Parla Gian Luigi Rondi, oggi Presidente del Festival Internazionale del Film di Roma.

Da più di sessant'anni lei esercita con autorevolezza il mestiere di critico, scrivendo e raccontando il cinema sia sulla carta stampata sia in televisione. Pescando nei ricordi, come ha preso le mosse la sua attività?

Ho cominciato come critico drammatico collaborando con uno dei più importanti critici drammatici del dopoguerra in Italia, Silvio D'Amico. Del cinema sul Tempo, con cui collaboravo, si occupava un importante drammaturgo, Chiarelli, l'autore de La maschera e il volto che dovette interrompere le sue funzioni per motivi di salute. Venni chiamato a sostituirlo presto a tempo pieno, rinunciando al teatro. E da allora, era il 1947, ho continuato.

Oltre ad andare al cinema per professione, lei ha anche continuamente incontrato gli autori, italiani e stranieri, del grande schermo, intervistandoli e spesso instaurando con molti legami di amicizia. Di quali conserva oggi le immagini più vivide?

Sono appunto sessant'anni che vivo nel mondo del cinema incontrando tutti, conoscendo tutti, diventando amico di molti. Nell'ambito del cinema italiano ho cominciato con Blasetti, Rossellini, De Sica, Visconti e ho proseguito fino ai nostri giorni. Nel cinema francese ho avuto un grande amico, René Clair, in quello americano King Vidor, nello svedese Ingmar Bergman, e così nelle altre cinematografie sempre legandomi alle personalità che più verificavo di grande peso e di profonda umanità. Naturalmente ci sono stati anche le attrici e gli attori. Ne cito solo tre, Gina Lollobrigida, Sophia Loren, Ingrid Bergman.

Un aneddoto diplomatico: nel dopoguerra lei è stato protagonista di una pagina significativa per la ricucitura dei rapporti tra Italia e Francia, che oltralpe le è valsa la Legion d'onore. Può raccontarlo?

Nel 1948 sono stato chiamato a Parigi dove, nell'abbazia di Royaumont, si tenne il primo incontro italo-francese dopo la guerra, io ci andai con Rossellini e Anna Magnani, parlai del neo-realismo e con quell'intervento riannodai i rapporti culturali tra l'Italia e la Francia interrotti dalla guerra. Da qui la Legion d'onore.

Quanto ai Festival, Roma è solo l'ultima tappa di un lungo viaggio nel cinema che, a partire dagli anni Sessanta, l'ha vista come direttore o fondatore di molti eventi importanti, da Venezia a Taormina, passando per Sorrento, Spoleto, Ischia, fino ai Premi David di Donatello. Cosa ricorda maggiormente dei “suoi” festival?

Se lei pensa che il primo festival che ho organizzato risale al 1966, a Sorrento, dedicandolo al cinema francese, anche in questi campi i ricordi sarebbero chilometrici. La Mostra di Venezia l'ho diretta due volte in due tempi diversi, prima negli anni '70 poi negli anni '80 e soprattutto della seconda volta ho ricordi indelebili, con la presenza di Chaplin, che ricevette il Leone d'oro alla carriera che gli consegnò Donna Vittoria Leone, moglie del presidente della Repubblica. Quando si parla di Spoleto si deve intendere la sezione Spoleto Cinema, che, d'intesa con Visconti, Zeffirelli ed altri amici organizzammo nell'ambito del Festival dei Due Mondi. A Taormina ho operato un collegamento costruttivo con i premi David di Donatello, oggi promossi dall'Accademia del Cinema Italiano che ho concorso a istituire.

Venendo all'oggi, come si colloca il Festival di Roma nel panorama delle grandi rassegne cinematografiche e cosa si aspetta dalla prossima edizione?

Il Festival di Roma è un po' il coronamento di tutta la mia carriera nell'ambito dei Festival. Lo presiedo dallo scorso anno, mi sono dato un compito preciso cui intendo tener fede. Far sì che possa proporre sempre, in ogni occasione tutto il cinema per tutti. La formula che per una città come Roma e per un Festival del film oggi sento la più appropriata.

Da sempre il supporto e la diffusione del cinema italiano rappresentano la “missione” cui ha dedicato gran parte del suo lavoro, ripercorsa di recente anche nel libro-intervista di Simone Casavecchia Rondi visto da vicino (Edizioni Sabinae). Come continua a viverla?

Una missione, appunto, si vive. L'importante è rimanervi fedele sacrificandovi il resto.

Filippo Maria Zavatti(20/05/2009)
 
 
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