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La lingua dei residenti all’estero

Vedovelli presenta l’italiano degli emigranti

La lingua, parlata e scritta, è soggetta a una continua evoluzione. L'italiano è stato, ed è, interessato da un sovrapporsi di cambiamenti di natura molto diversificata. Rifles-sioni che valgono anche per la lingua parlata dagli italiani residenti all'estero. Su questa realtà, spesso trascurata, ICoN intervista Massimo Vedovelli, curatore della Storia linguistica dell’emigrazione italiana nel mondo.

Quali sono i motivi che vi hanno spinti a realizzare la Storia linguistica dell’emigrazione italiana all’estero?

Proprio l’esigenza di dare conto della realtà linguistica italiana non solo entro i confini nazionali ma anche fuori è stata la spinta a realizzare la SLEIM – Storia linguistica dell’emigrazione italiana nel mondo. Giunti alle celebrazioni del 150esimo dell’unità nazionale si è subito manifestato un vuoto: nessun convegno, seminario, iniziativa ufficialmente programmato dal Comitato che di tali celebrazioni si è occu-pato ha avuto come proprio oggetto la condizione linguistica dell’emigrazione italia-na nel mondo. Il pretesto, dunque, per la SLEIM è stata la mancanza dell’argomento entro il programma delle celebrazioni, ma ancora di più la consapevolezza che non si può dare compiutamente conto delle vicende linguistiche nazionali senza prendere in considerazione gli italiani che sono andati nel mondo. Andati da sempre, ovviamente, e da sempre coinvolti in complesse dinamiche di contatto che sono state riportate nei luoghi di origine ben prima dell’unità statale. Solo, però, con l’unificazione nazionale l’emigrazione diventa tratto strutturale della nostra identità, anche sul piano linguistico. All’esigenza ‘epistemologica’ di modellizzare in modo unitario fenomeni che hanno coinvolto gli italiani entro e fuori i confini nazionali si è aggiunta, infine, quella di tentare di spazzare via tanta retorica che sull’argomento caratterizza mass media e politica in modo eccessivo, fino a stravolgere la realtà. Troppe volte abbiamo sentito dire che i nostri emigrati sono gli ‘ambasciatori’ della lingua e cultura italiana nel mondo. Ma quando è avvenuto ciò, visto che dopo l’unità d’Italia sono partiti a milioni per lo più dialettofoni e analfabeti? E dove sono davvero ambasciatori della lingua-cultura italiana, se ancor oggi i nostri consolati nel mondo ricevono richieste di sussidi, di aiuti finanziari: evidentemente, non tutti ce l’hanno fatta. Questa retorica, allora, non fa bene né alla comprensione della complessità del fenomeno né alla possibilità di mettere in atto una seria politica linguistica. Questi, dunque, i motivi che ci hanno spinti a scrivere questa SLEIM, che, peraltro, è la prima ricognizione storica e sociolinguistica sulla materia, almeno in forma tanto ampia e analitica.

I suoi studi l'hanno portata a individuare un modello comune nel confronto tra gli emigranti italiani e la realtà sociale e linguistica del paese d'arrivo?

Il primo obiettivo che abbiamo cercato di raggiungere con la SLEIM è stato quello di produrre una sintesi generale, capace però anche di dare conto degli sviluppi storico-linguistici nelle varie aree del mondo dove la nostra emigrazione è stata ed è ancora presente, ovvero, praticamente tutto il pianeta. Di sintesi sulla condizione linguistica delle nostre comunità emigrate ce ne sono state, sia in Italia, sia all’estero, ma di una ricognizione globale, ampia e tale da ricostruire le situazioni di tutti i continenti e dei molti Paesi dove le comunità di origine italiana sono ancora consistenti e visibili non se ne sono prodotte fino alla SLEIM. E ciò perché la SLEIM non presenta solo una sintesi; non fa solo una ricognizione descrittiva, ma innanzitutto propone un modello interpretativo di quanto è avvenuto e sta avvenendo entro le nostre comunità. In poche parole, il modello propone una ricostruzione degli eventi linguistici della nostra emigrazione distinta in tre fasi. La prima (parallelismo) si riferisce alla grande ondata ‘storica’ di emigrazione postunitaria. In tale fase i milioni di dialettofoni (e spesso anche analfabeti) sono spinti verso moduli espressivo-comunicativi condivisi, comuni. Dalla pluralità dialettale si mira a raggiungere una unità idiomatica. Lo stesso processo avviene entro i confini nazionali, e in ciò sta il parallelismo, salvo che all’estero il miscuglio che ne deriva non attinge solo alla pluralità dialettale e all’idea (più che agli estesi usi) di italiano, ma anche agli idiomi locali.
La seconda fase propone una frattura, uno iato rispetto a questo processo, e vede nell’ondata emigratoria successiva alla seconda guerra mondiale il suo caso esemplare: partono sì molti ancora dialettofoni, ma provengono da una suoi usi vivi e comuni. Solo ora si può dire che l’italiano entri nelle comunità come lingua di uso vivo. Infine, la terza fase è quella dello ‘slittamento’: per le giovani e giovanissime generazioni di discendenti degli emigrati italiani l’italiano slitta fuori dallo spazio linguistico di origine e diventa una qualsiasi lingua straniera da studiare, da scegliere in competizione con le altre. Italia ormai in accelerata marcia verso i profondi processi di reale italianizzazione linguistica. I nostri emigrati partono più italofoni, spesso hanno frequentato qualche anno di scuola, hanno cominciato a vedere la TV, ovvero a ‘vedere parlare italiano’. Tale fase introduce un elemento di italianità linguistica più viva rispetto al passato, più estesa, che diventa ancora più ampia con la diffusione delle tecnologie nei decenni recenti. Ora, la lingua italiana, via TV o internet, rag-giunge tutto il mondo nei Se si tiene presente questa proposta di modello evolutivo della condizione linguistica emigratoria italiana, appare subito chiaro che l’italiano non è stato tanto portato all’estero dai nostri emigrati e successivamente da loro ‘perso’, in un processo di ‘erosione linguistica’. Semmai, l’italiano è stato ‘costruito’ all’estero dalle nostre co-munità, spesso in forme anche distanti da quelle dei modelli della nostra letteratura o dagli approcci normativistici. Si è trattato, dunque, di una conquista dell’italiano, avvenuta in condizioni diverse nei vari Paesi, dove l’iniziativa autonoma dell’associazionismo emigratorio, delle istituzioni statali italiane, degli ordini religiosi ecc. ha contribuito a diffondere l’italiano fra coloro che, italiani, comunque non lo avevano come propria L1 se non in misura limitata, più ‘immaginata’ che reale.

Nel rapporto delle nostre comunità all'estero con il paese d'origine, e con l'italiano standard, quanto hanno contato le politiche governative, quanto le asso-ciazioni degli italofoni e quanto i singoli individui?

Più volte, non solo nella SLEIM, siamo stati costretti a prendere atto della mancanza di una azione riconducibile all’idea di una politica linguistica: abbiamo parlato, allora, di non-politica per indicare la mancanza di un grande progetto di sviluppo espressivo e comunicativo della società italiana ad opera dei ceti dirigenti, al posto del quale si è avuta un’azione ‘dal basso’, messa in atto dalla scuola, dalle istituzioni, dal volontariato, dagli ordini religiosi, dall’associazionismo delle comunità emigrate. Un’azione plurima, tutta tesa a diffondere l’italiano, a ‘mantenerlo’ come spesso si è detto, in realtà, però, davvero in molti casi a proporlo per la prima volta. Tra le leggi aventi per oggetto la lingua e la formazione linguistica degli emigrati all’estero si ricordi che ancora la più importante è la L. 153/1971, che ha istituito i corsi integrativi di lingua e cultura italiana per le nostre comunità all’estero. Oggi la situazione normativa appare poco cambiata, mentre si sono fortemente ridotte le risorse che il nostro Stato impegna sulla materia. Ed è un peccato, proprio perché tali attività integrative negli anni recenti sono state sempre più frequentate da giovani non di origine italiana, segno, questo, della forza di attrazione della nostra lingua presso gli stranieri.

Quali le sembrano le prospettive dell'italiano parlato all'estero?

Appare difficile dare conto della presenza della lingua italiana entro il mercato globale delle lingue senza fare riferimento al ruolo delle nostre comunità emigrate: nel richiamo al ‘mercato globale delle lingue’ si evidenzia quello alla grande indagine Italiano 2000, svolta sotto la direzione di Tullio De Mauro appunto nel 2000 e che tale concetto introdusse in modo innovativo sulla materia. Come già detto, occorre avere un atteggiamento scevro da visioni retoriche: l’italiano è stato conquistato all’estero dai nostri emigrati, non è stato portato da loro, se pensiamo alle grandi linee del fenomeno. La SLEIM cerca di inquadrare le varie componenti che agiscono nella presenza dell’italiano nel mondo proponendo un modello unificato: lo ‘spazio linguistico italiano globale’. Anche in questo caso si paga il debito a Tullio De Mauro, che ha introdotto il concetto di ‘spazio linguistico’ applicandolo alla realtà italiana. La SLEIM riprende e ampia tale idea, inserendo nello spazio linguistico italiano globale non solo i classici poli del nostro originario spazio linguistico (quelli dell’italiano e delle sue varietà, dei dialetti e delle loro varietà, delle lingue delle minoranze di antico insediamento entro i confini nazionali), ma anche i frutti misti de-rivanti dal contatto fra il nostro spazio linguistico e quelli dei Paesi dove si sono insediati i nostri emigrati. A ciò aggiunge anche le lingue immigrate in Italia al seguito degli ormai più che trentennali processi di immigrazione straniera, a ricordare che il nostro destino linguistico è di essere ponte fra identità diverse, che nella Penisola si incontrano, e di essere perciò anche linguisticamente luogo di partenze, ma anche di arrivi.

Considerando la diversità tra i le ondate migratorie "storiche" e i flussi più recenti, qual è oggi la realtà delle comunità italofone all'estero?

Le nostre comunità all’estero vivono condizioni linguistiche molto varie, diversificate per area linguistica, per generazione di emigrazione, per tipo di politica linguistica messa in atto localmente. La SLEIM cerca di darne conto; sicuramente, ciò che concerne le nostre comunità all’estero ci sollecita a rivedere quello che accade in Italia: le insicurezze linguistiche tanto diffuse fra i nostri emigrati hanno la radice in quelle che vive la nostra società oggi; il potenziale plurilingue dei nostri emigrati all’estero è quello della nostra società oggi. Una vera politica linguistica, capace di abbracciare la condizione idiomatica di chi fa riferimento al nostro spazio linguistico-culturale, sarebbe un importante elemento per lo sviluppo del Paese e di tutti quelli che all’Italia guardano. Parlerei, allora, per non distinguere fra emigrati e stranieri non di origine italiana, di Italiani del mondo: a loro si rivolge la SLEIM, delle loro vicende ha voluto dare conto, nella consapevolezza che il nostro italiano è anche quello fatto da loro.

Massimo Vedovelli. Professore ordinario di Linguistica Educativa, ha insegnato presso le Università della Calabria, di Roma “La Sapienza” e di Pavia prima di diventare, dal 1996, professore dell’Università per Stranieri di Siena, di cui è Rettore dal 2004. Si è occupato di linguistica dell’emigrazione italiana all’estero, dell’immigrazione straniera in Italia, di valutazione e certificazione linguistica. Ha diretto il Centro CILS – Certificazione di Italiano Lingua Straniera, e il Centro di Ec-cellenza della Ricerca ‘Osservatorio linguistico dell’italiano diffuso fra stranieri e delle lingue immigrate in Italia’, presso l’Università per Stranieri di Siena. Fa parte dei Comitati scientifici di diversi progetti di ricerca; è componente della Commissio-ne Nazionale per la Promozione della Cultura Italiana all’estero.

red(20/07/2011)
 
 
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