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La Pompei dei dinosauri

Il lavoro dei ricercatori italiani in Patagonia

I ricercatori italiani nella Pompei dei dinosauri. Stimata la presenza di oltre quaranta scheletri preistorici per una campagna di scavi avviata nella regione patagonica dell’Argentina. Missioni ad alto livello di tecnologia, sia per le analisi del terreno che per la riproduzione dei fossili: in soffitta i calchi in gesso, i dinosauri sudamericani saranno duplicati in resina a dimensione naturale. Quasi degli “avatar” realizzati con una precisione al millesimo di millimetro.

Gli scavi nella valle del Cuy, interna alla provincia di Rio Negro, stanno ritrovando le scene di una giornata nel Cretaceo superiore: 82 milioni di anni fa un branco di dinosauri fu travolto da un’improvvisa alluvione. Un evento naturale imprevisto, come l’improvvisa eruzione del Vesuvio che seppellì Pompei nel 79 dopo Cristo, che ha coperto con uno strato di fango e terra interi gruppi di animali. Diciassette milioni di anni prima dell’estinzione dei dinosauri. Il sito, scoperto nel 2005 nel corso di una esplorazione organizzata dalla rete museale italiana Pangea guidata dai ricercatori pisani, ha portato al rinvenimento di diversi esemplari di titanosauri, un gruppo che comprende i cosiddetti “grandi erbivori”, con esemplari che potevano raggiungere 35 metri di lunghezza dalla testa alla coda e superare le cento tonnellate di peso.

«I ricercatori hanno incontrato un sito di estremo interesse – spiega il professor Walter Landini, professore ordinario del Dipartimento di scienze della terra dell’Università di Pisa -. Gli scavi interessano un’area di circa duecento metri, con diverse decine di scheletri. Nel mondo sono aperti altri siti di scavo paragonabili, ma è difficile trovare uno spaccato come questo della vita dei grandi erbivori, con animali adulti e cuccioli. Quasi una foto di famiglia, scattata per un evento traumatico come un’alluvione e non per il cambiamento climatico che ha portato all’estinzione della specie o a episodi relativamente più comuni in paleontologia, come tempeste di sabbia e sabbie mobili».

Nella campagna di scavi non è comunque coinvolta solo l’Università di Pisa: insieme ai ricercatori dell’ateneo lavorano gli esperti del Museo civico di Rovereto, del Museo Geopaleontologico di Lerici, del Museo delle Ambre e dei Fossili di San Valentino in Abruzzo e del Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino.

Una campagna dai grandi numeri e dalle limitate risorse. «Abbiamo aperto il sito cinque anni fa – racconta il professor Landini -. Gli scavi procedono durante l’estate australe: un mese di attività tra febbraio e marzo, anche se, c’è da dire, che il periodo “sul campo” si riduce a circa quindici giorni. I lavori procedono lentamente e al momento è stato possibile aprire solo quattro fronti di scavo lungo il livello fossilifero. Da ognuno di questi siti sono emersi resti più o meno completi di titanosauri».

In Patagonia la ricerca di reperti fossili può però contare anche su un nuovi tipi di tecnologia. Il lavoro degli scienziati passa quindi per misurazioni geofisiche, con esami del terreno effettuati attraverso sismica passiva e analisi geo-elettrica. «Si tratta di metodi di indagine non invasivi per l’individuazione dei fossili nel primo sottosuolo – spiega Landini –. Sistemi già noti e sperimentati in vari settori di ricerca, ma mai applicati alla paleontologia, che portano a evitare scavi inutili. Inoltre l’utilizzo del laser-scanner e del Zetascan consentono la rappresentazione del sito e dei reperti con modelli in tre dimensioni. Queste procedure permettono di realizzare duplicati dei fossili ad altissima definizione, direttamente in Italia senza operare sul reperto originale ma grazie alle immagini digitali acquisite. Si superano vecchi calchi in gesso o i più moderni calchi in resina, per arrivare a una fedeltà pressoché identica agli originali. Un metodo già sperimentato, da ricercatori della rete Pangea, su reperti archeologici».

Scheletri e reperti, già in parte restaurati, sono conservati nel Museo Patagonico di Ciencias Naturales di General Roca, nella provincia argentina di Rio Negro. Le riproduzioni 3D in scala naturale saranno invece esposte al Museo di Storia Naturale e del Territorio dell’Università di Pisa a Calci e nelle altre istituzioni afferenti alla Rete Museale Pangea.

Michelangelo Betti(23/04/2010)
 
 
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