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Il fumetto all’estero

La fortuna dei comics italiani

A partire dagli anni Cinquanta, gli autori italiani di fumetti hanno riscosso un grande successo di pubblico in tutto il mondo: una realtà importante, anche se a volte poco conosciuta. Da quarant’anni la manifestazione Lucca Comics è uno dei punti di riferimento europei per il settore. Approfittiamo dell’edizione 2009 (29 ottobre - 1 novembre) per parlare del ruolo del fumetto italiano all’estero con il sociologo Matteo Stefanelli, curatore per Lucca Comics della serie di conferenze Comics Talks, e impegnato come Vicepresidente del Comitato Nazionale Un secolo di Fumetto Italiano nella promozione del fumetto italiano in patria e all’estero.

In quali paesi il fumetto italiano è particolarmente conosciuto?

L’Italia è, storicamente, uno dei principali produttori e consumatori di fumetto, da almeno sessant’anni. Ancora oggi, sebbene lontano dai riflettori, in Europa è il mercato più importante dopo la Francia. Guardando alla penetrazione di mercato attuale, la risposta non è difficile. Possiamo infatti dire che il fumetto italiano, negli ultimi venti anni, è stato presente con forza nelle principali aree di influenza culturale ed economica dell’Italia: da un lato l’Europa dell’Est, dall’altro l’America del Sud. In questi Paesi, la parte del leone la fanno due tipologie di fumetto tipicamente italiano: successi della casa editrice Bonelli ancora in grado di “sbancare” come Tex o Zagor (in Brasile), e di creare dei vitali prodotti “di culto” come Ken Parker o Martin Mystère (in Turchia); oppure la grande mole di fumetti Disney prodotti in Italia - dalla sede di Milano - ed esportati un po’ ovunque. Tuttavia nei mercati principali, ovvero Giappone, Francia, Corea del Sud e Stati Uniti, il fumetto italiano non ha successo come prodotto di massa, ma più come prodotto di nicchia o di “tendenza”.

Secondo te, quali sono le ragioni di questo successo?

Qui la risposta deve distinguere il prodotto di massa da quello di nicchia. Per quanto riguarda il fumetto di massa, la sua fortuna è stata - ed è ancora - in un “realismo temperato” da toni fantastici e in una certa letterarietà romanzesca tipicamente occidentale. Fattori che lo rendono ancora molto vivace, pur nel contesto di immaginari in qualche modo “classici”, quasi senza tempo, come si richiede alla buona fiction “di genere”. La sua fortuna è poi rafforzata dal “format” del prodotto fumettistico italiano, ovvero il suo essere un oggetto tascabile, distribuito in edicola più che in libreria (un vantaggio sia nell’Est europeo che in Latino-america), in bianco e nero e a basso costo, estremamente competitivo rispetto a prodotti americani o francesi, più spettacolari ma anche più costosi, meno corposi e - nel caso dei comics americani, molto noti ma poco venduti in Europa - più distanti dagli immaginari europei o latini. Mi piace spesso ripetere che, un po’ paradossalmente, il fumetto popolare italiano è il solo e vero antagonista del manga (il fumetto giapponese), sebbene questo stia scalzando il prodotto nostrano grazie alla forza d’urto dei fenomeni di globalizzazione, a causa di una certa arretratezza formale che sta penalizzando il fumetto “stile-Bonelli” nei confronti delle nuove generazioni. Per quanto riguarda il versante del consumo di nicchia, invece, il fumetto italiano continua ad essere noto per le grandi firme d’autore che ha saputo esprimere essenzialmente negli ultimi cinquant’anni, con in testa grandi classici come Hugo Pratt, Guido Crepax, Milo Manara, ma anche Sergio Toppi, Vittorio Giardino, Lorenzo Mattotti e, negli ultimissimi anni, Igort e Gipi.

Molti degli autori che hai appena citato sono forse più conosciuti all’estero che in patria. Secondo te, che cosa c’è dietro a questo stato di cose?

Il problema della bassa visibilità che questi artisti hanno in Italia, e talvolta persino del loro mancato riconoscimento culturale (penso a due maestri apprezzati in tutto il mondo come Sergio Toppi o Gianni De Luca), sta essenzialmente in due problemi. Il primo è l’organizzazione interna del sistema-fumetto nazionale, ancora privo di momenti o strumenti di forte collaborazione fra produttori, creativi e organizzatori: molte occasioni sono andate sprecate a causa di provincialismi ed errori, dettati magari da grande passione amatoriale ma minati dalla scarsa preparazione sul piano industriale e manageriale. Il secondo è la stupefacente miopia delle istituzioni, dall’Università a Musei e gallerie, ferme a una visione ottocentesca del rapporto testo-immagine e per questo non in grado di vedere le opportunità di valorizzare un settore pienamente partecipe dell’energia e dell’originalità della cultura visiva del nostro Paese. Il fumetto è da sempre - da Rubino a Pratt a Crepax - un mondo al confine tra arti applicate e industria, tra pittura, grafica, narrativa e design. Dopo 100 anni dalla nascita del Corriere dei Piccoli, forse è arrivato il momento per ribadirlo. Con maggiore convinzione però, e a patto di compiere - per gli operatori e gli appassionati - lo sforzo di trovare idee e forme nuove per affermarlo.

Mirko Tavosanis(28/10/2009)
 
 
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