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Tra evoluzione e semplificazione

Intervista sulla lingua ad Alberto Casadei

L’italiano tra arte, scienza e tecnologia è il tema della nona edizione della Settimana della Lingua Italiana nel Mondo. In occasione di tale evento, la rivista canadese Corriere Italiano ha intervistato il professor Alberto Casadei, docente di Letteratura italiana all’Università di Pisa e direttore del Consorzio ICoN.

Professor Casadei, come sta la lingua italiana? Qual è il suo riflesso attuale nel mondo e quale il suo futuro?

Non so se ha un senso parlare dello “stato” di una lingua: le lingue sono sistemi complessi e continuamente modificati e modificabili. Di sicuro, l’importante è che una cultura nazionale nel suo insieme continui ad attrarre l’interesse di altre culture, anche lontane. La fase attuale, probabilmente, riserva molto spazio a culture che fino a poco tempo fa erano meno attive: penso per esempio a quella spagnola, che ha creato fra l’altro un bell’interscambio fra madrepatria e paesi ispanofoni.
L’Italia riesce meno a valorizzare il suo patrimonio culturale che pure esiste in tutto il mondo: ciononostante, la qualità della nostra grande tradizione umanistica continua a essere considerata indiscutibile. Questo può e potrà anche in futuro garantire un’importanza della nostra lingua come veicolo culturale. In ogni caso, le statistiche ci dicono che l’interesse per la lingua italiana nel mondo è alto, e anzi sarebbe necessaria un’azione ancora più ampia e aggiornata (per esempio attraverso internet) per poter soddisfare tutte le richieste.

Come si sta evolvendo la nostra lingua?

L’evoluzione che riguarda l’italiano è probabilmente simile a quella di tante altre lingue: si tende a semplificare soprattutto le strutture sintattiche e a considerare normali costruzioni sempre più lontane dalla complessità del modello latino. Ovviamente, a livello di comunicazione quotidiana questo costituisce un vantaggio: e siccome il sistema informativo/comunicativo ha ormai un’importanza decisiva in ambito nazionale e internazionale, si può dire che l’italiano si sta adeguando a una condizione socio-culturale largamente diffusa.
Quello che può dispiacere è che questa semplificazione vada a toccare anche gli ambiti artistici e letterari: molti libri di successo sono ormai scritti in una lingua “neostandard”, quasi banale, e questo perché gli autori non riescono a possedere altri registri. Sarebbe importante invece che, dalle prove di scrittura nella scuola sino ai testi accettati dagli editori per la pubblicazione, si notasse una competenza specifica nel linguaggio letterario e lo si riuscisse a impiegare al meglio nei vari contesti. Purtroppo, lo sforzo di una lettura ampia e attenta dei nostri classici (sino a quelli del Novecento) sembra ormai affrontato da una ristretta minoranza.

Non le sembra che si esageri un po' con gli anglicismi e con gli "ismi" in generale? Perché c'è questa moda di infarcire tutto di parole in inglese? Sembra quasi che ci si vergogni della nostra lingua.

Una sorta di complesso di inferiorità si può forse notare nella facile apertura a vocaboli stranieri, tipica dell’italiano attuale. Va detto però che l’accoglienza di forestierismi è stata sempre ampia in italiano, di solito con adattamenti al nostro sistema linguistico, ma a volte anche come puri prestiti. La necessità di accettare termini inglesi oggi è poi molto aumentata: basti pensare a tutti i tecnicismi legati all’informatica, che in effetti, essendo di uso internazionale, non è opportuno tradurre in modi poco riconoscibili. Ciò non toglie che dovrebbe essere evitato di accettare anche vocaboli che potrebbero essere facilmente sostituiti da parole italiane: è il caso di “week-end” al posto di “fine settimana” e di tanti altri esempi simili. Si tratta però di piccole increspature, più o meno transitorie, che in ogni caso non vanno a intaccare i fondamenti di una lingua: non arriveremo certo, in tempi brevi, a parlare un “italese”. L’importante sarebbe riuscire a far interagire sempre più le culture, in modo da non risultare soltanto debitori nei confronti di tendenze socio-economiche nate all’estero.

Cosa si può fare, o cosa possono fare le istituzioni per diffondere sempre di più la conoscenza dell'italiano all'estero?

Fondamentale è la creazione di una rete molto più fitta di legami tra i tanti Enti che promuovono la lingua e la cultura italiana nel mondo. Purtroppo non bastano più i piccoli centri che, pur con uno sforzo lodevole, non possono affrontare da soli le tante esigenze che ormai esistono per riuscire ad attrarre l’interesse di persone che, spesso, possono scegliere fra molti campi di interesse. Per questo è importante che esistano sinergie fra le istituzioni culturali in Italia e quelle che operano in tutto il mondo. In questo senso, internet offre una potenzialità enorme di sviluppo: possono facilmente essere condivisi materiali e competenze senza che debbano essere create strutture apposite in una nazione, perché magari un corso di lingua o uno di laurea possono essere frequentati in contemporanea da studenti di ogni parte del mondo. Certo, il lavoro in presenza resta fondamentale, così come soggiorni più o meno lunghi in Italia, per completare e affinare la propria preparazione. Però è ormai indispensabili fornire strumenti semplici e fruibili da casa, nelle ore libere, senza chiedere impegni onerosi spesso incompatibili con le esigenze lavorative di ciascuno. La sfida per il futuro sarebbe quella di venire incontro all’interesse “generico” nei confronti della cultura italiana dando una prima risposta quanto mai semplice e rapida da fruire: fatto il primo passo, sarà poi più facile che si voglia sempre più aumentare la conoscenza del nostro paese.

Fabrizio Intravaia http://www.corriereitaliano.com/(20/10/2009)
 
 
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