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Dall'arbëresh al germanese 

Intervista con Carmine Abate

Carmine Abate è esponente di una letteratura nuova e originale in cui si uniscono diverse tradizioni narrative e linguistiche. Il suo ultimo romanzo, Tra due mari, è già stato tradotto in diverse lingue.

La tua vita e il tuo percorso come scrittore sono molto particolari: ce ne vuoi parlare?

Ho cominciato a scrivere a sedici anni per un motivo ben preciso: volevo denunciare l'ingiustizia della costrizione a emigrare. Costringere qualcuno ad abbandonare la propria terra per andare a vivere altrove era per me la più grande delle ingiustizie. Si trattava di testi in cui la figura dell'emigrato veniva idealizzata ed era sempre la sintesi del cugino di Cesare Pavese, gran conoscitore del mondo, e mio padre, emigrato quando io avevo quattro anni. Poi, dopo la laurea, ho vissuto sulla mia pelle la costrizione ad emigrare, l'altalena tra il Nord e il Sud, il razzismo, le difficoltà d'integrazione in un paese straniero; però col tempo ho colto anche gli aspetti positivi che ci sono in quest'esperienza, per non parlare delle grandi potenzialità narrative e linguistiche. I miei personaggi vivono in più culture e lingue: l'arbëresh, l'italiano, il calabrese, il tedesco, il germanese, cioè la lingua ibrida degli emigrati in Germania; si dibattono nei grandi temi dell'Europa di oggi, che io come narratore ho cominciato ad affrontare già nel mio libro d’esordio: una raccolta di racconti pubblicati in tedesco nel 1984, col titolo di Den Koffer und weg! In quegli anni facevo parte della PoLiKunst, un'associazione di artisti e scrittori stranieri di ben 17 nazionalità, con cui mi confrontavo, e avevo la certezza un po' ingenua (ma forse mai del tutto morta) che la letteratura potesse realizzare una comprensione migliore tra le culture, contribuire ad abbattere il muro del razzismo. Solo nel 1991 è uscito il mio primo libro in italiano, Il ballo tondo, un romanzo che come i miei libri successivi, La moto di Scanderbeg e Tra due mari, è stato tradotto in numerosi paesi europei.

Nei tuoi romanzi il mondo calabrese (e in particolare quello calabro-albanese o arbëresh) riveste un ruolo importante: cosa ci vuoi dire in proposito?

È il mondo che conosco meglio, essendo il mio mondo d'origine. In realtà, forse ne ho bisogno perché lo vedo come il naufrago vede la terraferma, un mondo dove mi illudo possano riordinarsi, trovare pace, i vari tasselli di un'identità frantumata. Comunque non è un mondo tutto roseo; è pieno di spine e di zone oscure, sconosciute anche a me. Per illuminarlo, molto spesso uso la distanza, altrimenti rischierei in ogni pagina di fare retorica, proporre un mondo esotico, con tutto il contorno di nostalgia lamentosa e stucchevole che ne deriverebbe. Mentre di fatto è un mondo attraversato dal plurilinguismo e dal multiculturalismo, un microcosmo vitalissimo, che ha in sé, come tutti i luoghi autentici, i grandi temi della letteratura: l'amore, l'odio, la morte, il bene e il male, il mistero, la magia... Per quanto riguarda la cultura arbëreshe, mi affascina il fatto che in molti paesi, tra cui il mio, si continui a parlare l'albanese antico a distanza di oltre cinque secoli dalla loro fondazione. E mi piacciono le rapsodie e i canti che ancora oggi, sia pure in maniera frammentaria, è possibile ascoltare nei nostri paesi. Naturalmente tutto questo per uno scrittore è una fonte inesauribile di storie reali e fantastiche. E per giunta si tratta di storie "leggere" e veloci, che piacerebbero tanto a Calvino.

Cosa ci puoi dire del tuo ultimo romanzo, Tra due mari?

È un romanzo fatto di molteplici storie, perché a me piace raccontare storie. In Tra due mari sono partito da un fatto vero, una locanda calabrese chiamata il Fondaco del Fico, citata da numerosi viaggiatori stranieri, spesso noti come Alexandre Dumas. E proprio dalla sosta di Alexandre Dumas col suo amico pittore Jadin e il cane Milord, nel 1835, che comincia la storia, che viene narrata da Florian, un ragazzo di oggi diviso tra due mondi e due culture, tra Amburgo e la Calabria. È una storia cadenzata da viaggi leggendari, da un tremendo segreto e dall’ossessione del nonno italiano di Florian di ricostruire il Fondaco del Fico, fino a quando la ‘ndrangheta gli chiede il pizzo e lui reagisce in una maniera assolutamente inaspettata. E qui comincia il vero racconto… che, mi sto accorgendo, è difficile sintetizzare. Mondadori lo presenta come “un romanzo appassionato, ricco di materia, di odori, di suoni, ricco della vita, dei suoi silenzi e delle sue urla, delle sue pause e della sua bruciante urgenza”. È una sintesi molto bella che riconosce il mio modo di intendere la letteratura: io sono per una letteratura emotiva, come diceva Tondelli, di potenza, più che di testa.

Come giudichi l'iniziativa di ICoN per il sostegno della Lingua e della cultura italiana nel mondo?

L’iniziativa del Consorzio interuniversitario italiano che propone una Laurea in lingua e cultura italiana per stranieri o italiani residenti all'estero per via telematica mi sembra eccellente: originale e lungimirante, perché in futuro si farà sempre più uso degli strumenti telematici per ridurre le distanze e potenziare e aggiornare in tempo reale il bagaglio culturale degli studiosi di tutto il mondo. L’accordo raggiunto con la regione Calabria per assegnare alcune borse di studio ai figli di immigrati calabresi o di origine calabrese, mi sembra un’ottima iniziativa che se da una parte va incontro all’esigenza dei giovani di scoprire la cultura d’origine, dall’altra rappresenta un momento di crescita e di ricchezza culturale per la stessa Calabria. In fondo è l’auspicio che anch’io ho caldeggiato in Tra due mari, raccontando la storia di un ragazzo di origine calabrese che vive in Germania e che, col tempo, riscopre e apprezza la Calabria, riesce a convivere con la sua identità multipla, che è fatta di radici vecchie e nuove, ma tutte vive, e considera tutto questo come una ricchezza e non come è stato per l'emigrante tradizionale: un ostacolo, una palla al piede.

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