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Sistema universitario e studenti stranieri

Comunità plurilingue per superare le debolezze italiane

L’esperienza che per dodici anni ormai ho compiuto prima come direttore e poi come presidente del Consorzio ICoN mi ha fatto toccare con mano diversi aspetti dell’italiano nel mondo e dell’italiano nel cosiddetto “mercato internazionale delle lingue”. In questo intervento ho pensato di proporre una breve riflessione su un tema universitario a mio modo di vedere cruciale per il sistema Italia e per la promozione dell’italiano nel mondo, e cioè la scarsa attrattività del sistema universitario italiano nel suo complesso verso gli studenti stranieri.

Diversi dati statistici impongono di definire “scarsa” l’attrattività del sistema universitario italiano. Se guardiamo ai dati interni all’Università italiana i dati sembrano confortanti, arrivando a un raddoppio degli studenti stranieri iscritti a una università italiana nel 2007-08, rispetto a dieci anni prima. Quasi 52mila iscritti con circa 11.500 immatricolati. Se però guardiamo alle statistiche internazionali, l’ottimismo svanisce, dato che la percentuale totale di studenti universitari “non-citizen” rispetto agli italiani, pari al 3%, colloca l’Italia decisamente in basso nella graduatoria dei paesi storici della UE, la cui media è del 7,6%. Ancora peggio siamo messi nella statistica degli studenti universitari “non-citizen” iscritti ai cicli universitari superiori, dove la nostra percentuale del 7%, fronte di una media europea al 19% (con il Regno Unito al 48%). Infine i 52mila studenti “non-citizen” iscritti all’Università in Italia rappresentano 1/55 della popolazione mondiale di studenti iscritti all’Università all’estero. Una frazione piuttosto ridotta per un paese come l’Italia, in una popolazione calcolata in 3,3 milioni di persone.

Sarebbe quindi un dovere politico primario ricercare, individuare e contrastare le cause di questo grave handicap nazionale. In questo quadro appare ineludibile il controverso tema della lingua nella quale si debba insegnare nelle Facoltà tecnico-scientifiche e professionali: interi corsi di laurea da tenersi in inglese, allo scopo di attrarre studenti da tutto il mondo e di abituare gli studenti italiani a studiare e a lavorare in inglese. Queste proposte spuntano un po’ dappertutto, e nell’attuarle si sono distinti Atenei di eccellenza nell’alta formazione politecnica. Contro questa linea si sono levate proteste indignate di istituzioni culturali di prestigio storico quali l’Accademia della Crusca e la Società Dante Alighieri.

Potremmo uscire da questa impasse con una mentalità nuova e avvalendoci di tecnologie innovative. L’università italiana, quanto al punto in questione, ha due elementi di debolezza: da un lato la lingua italiana, negli ambiti tecnico-scientifici, è una lingua internazionalmente debole, dall’altro gli studenti italiani, in entrata, hanno una competenza in inglese molto inadeguata alla professione che dovranno svolgere.

Le due debolezze vanno considerate le due facce dello stesso problema. Nell’ambiente didattico iniziale dobbiamo prevedere la convivenza e il sostegno reciproco tra studenti italiani, che non sanno (ancora) abbastanza bene l’inglese professionale, e studenti stranieri che non sanno (ancora) abbastanza bene l’italiano. Un ambiente didattico, una comunità di studio, del quale dovranno ovviamente far parte, interagendo con entrambi i suddetti gruppi di studenti, docenti prevalentemente italiani, ma anche sempre più ricercatori e docenti internazionali. Un ambiente di studio che dovrà diventare sempre più bilingue. Pensare a un campus reale con corsi di lingua italiana e inglese, in presenza e on line, per far sì che le tecnologie linguistiche e di e-learning possano diventare lo strumento di internazionalizzazione della comunità didattica e rendere plurilingue la nostra quotidiana vita universitaria.

Puoi scaricare il testo completo

Mirko Tavoni
(tratto dall’intervento alla Giornata europea sulle lingue)
07/02/2011
 
 
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