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Il nuovo femminismo

Anaïs Ginori racconta le storie delle donne che non si arrendono

Per le donne italiane un ruolo diverso nella vita e nel lavoro, guadagnato attraverso decenni di lotta e di impegno. L’Italia resta però un paese difficile e Anaïs Ginori ne racconta la realtà nel libro-inchiesta Pensare l’impossibile. Donne che non si arrendono.

Nel libro troviamo storie molto varie e dopo aver finito di leggerlo ci si domanda: ‘Ma come abbiamo fatto a perdere così tanti treni?’. Non parlo soltanto del femminismo, ma della quasi assoluta mancanza di consapevolezza, nelle giovani generazioni, di come sono andate le cose nel nostro paese negli ultimi cinquant’anni.

È un libro scritto d’impulso, mi sembrava necessario. Ho organizzato un viaggio intorno alle storie che più mi avevano colpito. Mi è bastato fare il mio mestiere, ovvero porre domande e cercare qualcuno che può dare risposte. Ne è uscito un racconto corale di come siamo e di com’eravamo. Sono testimonianze di donne diverse fra loro, che vengono da tante generazioni. Ogni voce parla di un segnale di degrado della condizione femminile (lavoro, immagine, violenza, maternità, etc.) e propone una possibile reazione. Non c’è una Soluzione, con la ‘s’ maiuscola, ma tanti esempi di resistenza. Alla fine, mi sembra che il libro sia meno pessimista di come l’avevo immaginato. Sottotraccia, c’è sempre la forza delle donne.

Mi ha molto colpito, nel libro, la differenza di opinioni delle donne più giovani ed esponenti del movimento femminista degli anni ‘70 sia sulla questione del backlash (il contraccolpo del maschilismo dopo l’avanzata del femminismo). Sembra quasi che le seconde siano molto più ottimiste delle più giovani. Credi che si possa sviluppare un dialogo fra le femministe di un tempo e le ragazze di oggi?

Molte delle protagoniste delle battaglie femministe degli anni Settanta non capiscono lo scontento delle giovani d’oggi. Ai loro tempi bisognava ottenere diritti elementari, come quello del divorzio, dell’aborto, esisteva ancora il delitto d’onore, le donne erano fuori dalle università, dalla magistratura… Oggi la discriminazione delle donne non è più nelle leggi, ma nella realtà. Esistono presunte libertà e vere costrizioni. Le ragazze che ho incontrato non vogliono tutte fare le veline, ma provano un senso di disillusione perché studiano come e meglio dei maschi ma sanno che, molto probabilmente, troveranno meno facilmente lavoro, avranno impieghi più precari, avranno una carriera frenata rispetto ai colleghi uomini. E se vorranno avere una famiglia, pagheranno un prezzo altissimo.

Molte delle storie che hai raccontato riguardano donne che hanno viaggiato e sono riuscite ad avere qual quid in più studiando o lavorando all’estero per diversi periodi. Anche per te è stato così?

Molte delle donne ‘che non si arrendono’ hanno vissuto all’estero. Daniela Del Boca è un’economista che insegna tra Torino e New York. Lorella Zanardo è stata manager negli Usa e in altri paesi europei. Credo che la distanza permette di vedere meglio la situazione dell’Italia, che è di arretramento assoluto per la condizione femminile. In Francia, dove vive parte della mia famiglia, le donne sono più dell’80% della forza lavoro (quasi il doppio che da noi) eppure questo è il paese del baby-boom: 2,3 figli per donna, contro 1,2 in Italia.

Nei programmi della televisione italiana la donna ha solitamente tre ruoli: decorazione senza spessore, puro oggetto erotico, o ‘donne-prosciutto’ da umiliare. Quali credi siano gli strumenti adatti da un lato a creare degli ‘anticorpi’ nei tanti ragazze e ragazzi giovani che guardano abitualmente la Tv, dall’ altro a dare visibilità a dei diversi modelli di donna?

In proposito ti cito una ricerca del Censis. Nella tv italiana, le donne sono prigioniere di ruoli di moda/spettacolo/bellezza (38% delle trasmissioni) e raramente vengono rappresentate in programmi dedicati alla cultura (6,6%), alla politica (4,8%), alla realizzazione professionale (2%). Trovare in un varietà italiano una donna valorizzata per le sue “capacità umane e professionali” è praticamente impossibile. Si tratta poi quasi sempre di figure “comprimarie”, con un maschio “dominante”. Appena il 10,3% dei programmi di intrattenimento sono condotti da donne. Da un punto di vista anagrafico la discriminazione è clamorosa: solo il 4,8% dei programmi propone figure con un’età sopra ai quarant’anni. Gli anticorpi si sviluppano vedendo altri modelli femminili di successo. Quello che gli americani chiamano ‘role model’. Ci sono donne con capacità e coraggio che possono servire di ispirazione per le più giovani. Nel libro, ne ho scelto soltanto alcune. Ovviamente ce ne sono tante, basta cercarle nelle università, nelle aziende, a volte anche in politica. Sono esempi di come il mondo femminile sta cambiando, anche in Italia.

In alcune pagine parli invece della attuale modificazione/mistificazione del linguaggio televisivo, che invece di esprimere sembra mirare a nascondere la verità dei fatti. Quali credi siano i migliori strumenti per riuscire a combattere questa ‘deriva del linguaggio’?

Prendiamo la parola ‘escort’. Nel libro sono partita da questo nuovo vocabolo perché mi sembrava che ci allontanasse dalla realtà. Dava una falsa rappresentazione. “Escort” trasmette l’idea che la prostituzione sia glamour, che le donne che vendono il proprio corpo lo fanno in piena libertà, ben pagate, bevendo champagne in saloni affrescati. Non è così. La prostituzione in Italia è al 99% una condizione di schiavitù, sono donne in mano alla criminalità organizzata, costrette a stare sui marciapiedi per pochi euro e spesso vittime di violenze senza poterle neanche denunciare.

Una domanda più generale, sul tuo lavoro: per i giovani che oggi vorrebbero iniziare a muovere i primi passi verso la professione di giornalista la strada sembra quanto mai in salita, con l’impressione che il giornalismo (almeno in Italia) stia quasi per trasformarsi nella nuova casta.

Credo che la tua analisi non valga solo per i giornali ma per qualsiasi percorso lavorativo in Italia. Nei giornali c’è una mancanza di opportunità forse maggiore perché attraversiamo un momento di crisi congiunturale e strutturale. Forse dopo si riapriranno le porte per i giovani, almeno lo spero. Penso che l’unica cosa che valga è leggere tanto i giornali, essere aggiornati e curiosi, fare tante proposte, andare da qualcuno non dicendo ‘vorrei fare’ ma ‘guarda cosa ho fatto’.

Anaïs Ginori, giornalista del quotidiano La Repubblica, ha esperienze di stage in redazioni francesi e italiane. Pensare l’impossibile è il tuo terzo libro, preceduto da Le parole di Genova (2001) e Non calpestate le farfalle (2007).

Eloisa Morra16/07/2010
 
 
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