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Fini sulle migrazioni

Il Presidente della Camera e i nuovi italiani

Come cambia l’Italia e come deve essere rinnovata la legislazione sul diritto alla cittadinanza, per gli immigrati e per la “Generazione Balotelli”. Nelle aule dell’Università di Pisa l’onorevole Gianfranco Fini, Presidente della Camera, è intervenuto su uno dei temi più dibattuti negli ultimi anni. In un’Italia che modifica la propria composizione sociale, l’individuazione delle modalità di integrazione rappresenta l’unica risposta per evitare tensioni e scontri. Non solo con i nuovi arrivati, ma, soprattutto, con gli immigrati di seconda generazione: ragazzi nati o cresciuti in Italia che possono diventare i nuovi cittadini del paese che ospitato i loro padri.

Un’analisi supportata anche da riferimenti storici e di confronto delle politiche per la cittadinanza. «La migrazione è una questione centrale per l’Italia, anche dal punto di vista culturale – ha esordito il Presidente Fini -. La politica, se vuole essere interprete e guida della società, non può disinteressarsi del tema dei diritti nell’epoca della globalizzazione. Peraltro recuperando un ruolo che, anche in altri periodi storici, la politica si è assunta. Citando un esempio lontano ci si può riferire ai Goti, che nel IV secolo chiesero di poter attraversare il Danubio per insediarsi nei territori romani. Il confronto sull’opportunità e le modalità di accoglienza si caratterizzò per considerazioni ancora oggi attuali. Valutazioni non semplici, per la diffidenza che esiste verso lo straniero. Con un secondo esempio si può parlare di Dante e della sua ostilità alla concessione della cittadinanza fiorentina alla Gens nova, che dal contado entrava a far parte della comunità cittadina».

Nelle parole dell’onorevole l’evidenziazione tra aspetti diversi, connessi al fenomeno migratorio. «Esiste un diritto naturale all’accoglienza, servono invece regole per definire come acquisire la cittadinanza, lo status di rifugiati o, più semplicemente, il diritto alla residenza. Per quanto riguarda la cittadinanza si devono probabilmente superare i modelli di riferimento tradizionali, sia quello etichettabile come “di destra” che quello“di sinistra”. Da un lato l’assimilazionismo francese, con l’imposizione di un completo sradicamento in favore di un adeguamento all’identità francese. Un modello che ha portato alle rivolte delle banlieues. D’altra parte il melting pot anglosassone, la scelta del mantenimento dell’identità culturale in un quadro di rispetto delle regole condivise, ha comunque generato razzismo e tensioni. In Italia il dibattito è alle prime battute, ma mi sembra si possa dire che, il primo obiettivo, è quello di evitare gli errori compiuti da altri paesi».

Una discussione sulla difficile gestione di un cambiamento di prospettiva per l’Italia, da terra di emigranti a paese caratterizzato da un flusso di immigrazione sempre più ampio. «Ormai sono maturi i tempi per una revisione della legge sulla concessione della cittadinanza italiana ai nuovi residenti. Un testo legislativo in cui si superi il concetto dello Ius sanguinis, e quindi una cittadinanza assegnata per discendenza, mettendo invece al centro l’elemento di permanenza nel paese e, più in particolare, la volontà di aderire ai valori fondanti della nostra società, come definiti nella Costituzione. Questo vale in particolare per i figli di immigrati, quella “Generazione Balotelli” spesso desiderosa di integrazione e che rischia di sentirsi emarginata. L’idea di partenza deve essere quella di una cittadinanza basata sull’idea di inclusione, superando il riferimento per cui la “patria” è la “terra dei padri”. In questo quadro il cittadino è tale in base ai convincimenti e non per l’appartenenza etnica».

Michelangelo Betti18/05/2010
 
 
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