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Anniversari felliniani

Cinquant’anni di Dolce vita

A cinquant'anni dall'uscita della Dolce vita, Parigi ha celebrato il genio di Fellini con la mostra Fellini, la Grande Parade al Jeu De Paume (l’esposizione arriverà in primavera a Bologna), mentre in libreria sono reperibili due preziosi volumi sul maestro riminese a firma del compianto Tullio Kezich. Il primo, uscito da Rizzoli (Fellini. Il libro dei film), è l'opera postuma del grande critico triestino, un ampio tomo illustrato che può considerarsi il complemento della sua classica biografia felliniana. Il secondo, Noi che abbiamo fatto La dolce vita (Sellerio), è la riedizione del felicissimo “diario di bordo” di quella realizzazione (dall'estate del 1958 all'autunno del '59), un'autentica miniera di ricordi, testimonianze, aneddoti, retroscena sul film che ha lasciato un segno indelebile nel cinema e nella società del Novecento.

Un'opera tra le più moderne nella storia della Settima arte, strutturata a capitoli che si susseguono senza concatenazioni come tanti film in uno, girata seguendo più l'intuizione della giornata che la sceneggiatura originale (“Ma come si fa a eseguire alla lettera un testo scritto, quando ti arriva un'idea migliore?”, ipse dixit), la cui forza risiede soprattutto nella potenza travolgente delle immagini, che, come nella pittura espressionista, riescono a penetrare il mondo rappresentato estraendone significati da far rabbrividire. Riesce difficile pensare alla cultura, non solo cinematografica, dell'ultimo mezzo secolo, senza quel cafarnao barocco della grande città, senza quel viaggio in una realtà deformata e mostruosa sulla linea diabolico-grottesca di Bruegel-Callot-Hoffmann-Goya-Ensor, senza quell'affresco della vita moderna in cui Marcello Mastroianni (in parte alter ego dello stesso Fellini), giornalista venuto a Roma dalla provincia con velleitarie ambizioni letterarie, si lascia perdere fino all'anoressia esistenziale tra le celebrità e i paparazzi di via Veneto come il flâ neur di baudelairiana memoria.

Molto ispirato alle cronache mondane dei settimanali, oltre alle dive, i ricchi, i nobili, gli intellettuali di cui si circonda Marcello, immersi nella giostra sfrenata del vizio, del vuoto e dell'indifferenza, il film getta uno sguardo anche sugli umili e i semplici, che non versano in condizioni spirituali migliori, vedi la scena dei due bambini bugiardi che gridano al miracolo, in cui la superstizione finisce per prendere il sopravvento sulla Fede e la massa si mette in adorazione come di fronte al Vitello d'oro. Nessun tono di predica, però, neanche nel finale col mostro marino apparso sul litorale, simbolo o allegoria di tutto il degrado appena raccontato, nessuna salvezza consolatoria al termine di questo lungo “viaggio attraverso il disgusto”, ma solo una tiepida nota di speranza affidata alla voce di una fanciulla, che, come una novella Beatrice, potrebbe riportare il protagonista sulla “diritta via smarrita”; mentre quest'ultimo, stordito e assente, non riesce neppure a sentirla e torna insieme al gruppo a immergersi nel baccanale.

Filippo Zavatti13/01/2010
 
 
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