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Nuovi media e letteratura

I cambiamenti per lingua e modelli narrativi

La trasformazione del testo narrativo e dell’idea di “autore”. Le maggiori possibilità per l’insegnamento della lingua e della letteratura. Il professor Paolo Giovannetti, associato di Letteratura italiana presso l’Università Iulm di Milano, delinea il cambiamento introdotto dai nuovi media.

A suo parere in che modo ha inciso sulla letteratura l’affermazione dei nuovi media?

Da un secolo e più a questa parte i media elettrici, successivamente integrati dai media elettronici e digitali, hanno progressivamente emarginato l’esperienza letteraria, tanto da prospettarne la scomparsa. Però, attenzione a non esagerare, a non fare diagnosi catastrofistiche. La letteratura non si sta dileguando. Piuttosto, si sta ibridando, in forme sempre più varie e imprevedibili. Per esempio: chi avrebbe mai pensato a certe figure di scrittori-cantanti o cantanti-scrittori oggi comunissime? chi avrebbe immaginato che il digitale avrebbe rimesso in discussione la consistenza ‘oggettiva’ del testo, la sua stessa identità autoriale? chi avrebbe immaginato, prima del cinema, romanzi raccontati da più narratori e con focalizzazioni imprevedibilmente variabili? Io penso che questi ibridi non facciano troppo male alla letteratura, penso che il “campo letterario” attraverso tali cambiamenti sia costretto, in qualche modo, a prendere coscienza di sé, a cogliere i propri nuovi confini. Nel momento stesso in cui “letteratura” sembra essere ovunque, in forme impurissime, è tanto più necessario ripensarla. Ma, per favore, senza atteggiamenti apocalittici o, all’opposto, nostalgici e apologetici.

Un tema collegato alla prima domanda: nell’epoca della globalizzazione ha senso riferirsi a modelli letterari nazionali?

Credo che il fattore linguistico continui a svolgere un ruolo centrale. E quindi che anche la letteratura della ‘nazione’ mantenga una forte importanza istituzionale. Il fatto è che la scuola e l’università hanno mostrato e mostrano una grande efficienza quando focalizzano il loro intervento sull’eredità italiana, mentre faticano ad allargare il proprio orizzonte a esperienze, a valori mondiali. Non dovrebbe essere così, ma siamo costretti e prenderne atto. Lo studente che ha letto discretamente bene Dante può aprirsi con una certa facilità alle altre letterature; lo studente che ha messo insieme nozioni e competenze solo sul “romanzo europeo dell’Ottocento” si limiterà a subire – nella migliore delle ipotesi – quanto l’industria culturale gli offre. Certo, sarebbe auspicabile un altro tipo di didattica, non più solo nazionale; ma mi sembra che una simile innovazione non abbia ancora trovato un minimo di identità, di efficiente sistematicità. A questo punto, provvisoriamente, meglio i vecchi modelli.

Come giudica l’insegnamento dell’italiano come lingua straniera e della letteratura italiana attraverso i media?

Dipende da quali media. E dipende da quali competenze. Dove è in gioco l’oralità (cinema, radio, televisione) penso che sia possibile solo – ma è già qualcosa – puntare sull’apprendimento di una lingua seconda nella sua varietà parlata, colloquiale. Escludo invece recisamente che si possa imparare a scrivere attraverso questi mezzi di comunicazione, ed escludo che con essi si possa avvicinarsi alla letteratura in modo sistematico (diverso è il discorso che riguarda la sfera estetica: è ovvio che il cinema – e certo anche la radio e la televisione – aumenta il mio interesse per la narrazione e persino per la poesia: ma si tratta di ‘passioni’, ‘simpatie’, ‘propensioni’ – che sono appunto altra cosa da un apprendimento strutturato). Completamente diverso il discorso riguardante Internet, che è un ambiente in cui, lettura, scrittura, oralità, musica, immagine ferma e in movimento ecc. possono integrarsi in maniera virtuosa.

Da cosa è nata la sua passione per l’insegnamento della letteratura italiana?

Credo di essere un insegnante istintivo, di avere un certo talento naturale per questo lavoro. Certo, la parola naturale va presa con le molle: sono figlio di una maestra, e il condizionamento familiare mi ha certo aiutato. E poi sono uno di quegli studiosi che affrontano la propria disciplina in modo quasi fisico, passionale. Pare che questa passione ogni tanto io sappia trasferirla agli studenti. La letteratura probabilmente, per me almeno, coniuga l’investimento emotivo, estetico, e la possibilità di costruire con essa discorsi razionali. Come qualsiasi altra arte, si dirà: ma evidentemente io mi sono trovato più a mio agio con l’arte della parola...

Paolo Giovannetti è professore associato di Letteratura italiana presso l’Università Iulm di Milano dal 2006. È uno studioso di poesia e metrica italiana tra Ottocento e Duemila e si occupa di rapporti fra letteratura e media, di geografia letteraria e di didattica della letteratura. Collabora a diverse riviste letterarie, fra le quali Tirature, ed è membro del comitato direttivo del periodico Il segnale.

Michelangelo Betti e Martina Pierini(22/04/2009)
 
 
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