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L'italiano e la tastiera

Il cambio della lingua con i nuovi media

Giuseppe Antonelli è professore associato di Linguistica italiana all’Università degli Studi di Cassino. Nei suoi studi si è occupato, tra l’altro, di lingua del romanzo settecentesco e di epistolari ottocenteschi. Collabora con diverse riviste e giornali, tra cui l’Indice dei libri del mese, l’inserto domenicale del Sole24Ore e con l’area Lingua e linguaggi del portale Treccani.it.

La lingua italiana sembra cambiare velocemente, tra posta elettronica, varie forme di comunicazione via Internet e cellulari. Le valutazioni su questa trasformazione sono opposte. A suo parere quanto c’è di positivo e quanto di negativo in questo “nuovo italiano”?

Digitare su una tastiera era, fino a non molti anni fa, un’attività professionale; oggi rappresenta un gesto quotidiano per un’ampia fetta della popolazione: gli italiani stanno diventando un popolo di graforroici. Le e-mail, gli SMS, le chat e tutte le altre forme di neo-epistolarità tecnologica hanno diffuso un nuovo modello di scrittura effimera. Scripta volant: l’italiano digitato va di fretta e ha sviluppato una serie di convenzioni particolari, dalle faccine alle abbreviazioni agli iconismi. Questi usi però non condizioneranno il futuro della lingua italiana. Da un lato perché sono usi settoriali: in più di 150 anni, la lingua dei telegrammi non ha influenzato l’uso comune e ciò non succederà neanche con quella degli SMS o delle chat. In secondo luogo molte presunte innovazioni dell’italiano digitato corrispondono a fenomeni vecchi, quando non antichi: le abbreviazioni (persino la famigerata chiocciola) ricorrono già nei manoscritti medievali e negli epistolari di tutti tempi. Infine perché – di là dalle enfatizzazioni di stampa e tv – molti continuano a scrivere «quando ti ci metti sei proprio tremendo» invece di «qdo t c metti 6 proprio 3mendo».

In che misura il romanzo e gli epistolari dei secoli passati possono rappresentare un punto di riferimento per la lingua di oggi, in termini di vocabolario e strutture?

Sia il romanzo di consumo del Settecento sia gli epistolari colti dell’Ottocento (i due campi su cui si è soffermata la mia analisi) possono essere considerati – più che punti di riferimento – tappe di avvicinamento all’italiano scritto di oggi. Fasi di evoluzione legate a periodi in cui l’italiano parlato era ancora una realtà di là da venire, o comunque molto limitata (la lingua parlata da tutti nella realtà di tutti i giorni era il dialetto). Nel caso di due romanzieri “mercenari” come Pietro Chiari e Antonio Piazza – attivi a Venezia verso la fine del Settecento – l’epidermide aulicizzante e libresca può essere rimossa con facilità, scoprendo strati più significativi. Come il travaso di un certo lessico dalla lingua provocatoriamente bassa della rimeria comica tre-cinquecentesca a quella istituzionalmente media dei romanzi, che contribuisce a fissare certe espressioni (rimbambito, infinocchiare, scompisciarsi, crepare, ecc.), facendone un elemento integrante di ogni rappresentazione della lingua colloquiale. Nel caso degli epistolari risorgimentali, poi, ci troviamo di fronte a una lingua compatta e duttile, in cui a una grammatica ben salda fa riscontro una grande disinvoltura e una grande varietà di toni. La lettera familiare appare come una palestra per la messa a punto di una lingua quotidiana comune a tutta Italia. Nello stesso momento in cui stava cercando di dare un valore concreto all’idea di nazione, questa élite cólta si sforzava di far diventare una realtà “viva e vera” anche la lingua nazionale; nel fare l’Italia, faceva l’italiano.

Ritiene che ci si siano espressioni linguistiche attualmente avvertite come errori destinate a entrare a far parte della lingua standard?

La nozione di errore è oggi più che mai legata a numerose variabili (il tipo di testo, il suo tono, la sua destinazione, il contesto, ecc.). Se lo sapevo non venivo è un costrutto sbagliato – in astratto –, che però funziona benissimo nel parlato o in uno scritto informale, là dove il costrutto tradizionale (se non lo avessi saputo non sarei venuto) potrebbe essere avvertito da chi ascolta o legge come troppo ricercato. Fuori luogo, per esempio, in una chiacchierata tra amici o in un messaggino SMS. Per contro, la scuola continua a trasmettere un’idea di norma rigida e uniforme, lontana dalla realtà. Quella che – citando Serianni – potremmo definire una “norma sommersa”: «i linguisti tendono a dare per morte o languenti forme ancora additate come norma (ad esempio i pronomi soggetto egli ed ella) o addirittura usate, e abusate, autonomamente dagli stessi alunni (il passato remoto)». Così facendo, la scuola instilla l’idea di una “doppia verità linguistica” (la forma corretta è egli, anche se parlando si dice lui, e così via) che sostituisce al continuum di registri esistenti nella realtà, una polarizzazione tra uso e norma che alimenta – di fatto – atteggiamenti di lassismo e di rinuncia. Ciò detto, guardando al campo in cui da tempo la normalizzazione risulta più stabile, cioè l’ortografia, si può segnalare almeno un errore che ultimamente sta conoscendo una diffusione tale da candidarlo allo “sdoganamento” grammaticale: la grafia un pò per un po’ (troncamento di poco). Per capire perché, provate a scriverlo col T9 del vostro telefonino...

Michelangelo Betti(16/04/2009)
 
 
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