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Da Leopardi alla cultura contemporanea

Intervista a Pier Vincenzo Mengaldo

ICoN ha incontrato il professor Pier Vincenzo Mengaldo, docente all’Università di Padova e tra i più autorevoli critici letterari e storici della lingua italiana in attività. Il professor Mengaldo è autore di saggi fondamentali su Dante, Boiardo, Nievo e sulla letteratura del Novecento. Attualmente si occupa della lingua e dello stile di Leopardi.

Partiamo dai suoi ultimi studi. Leopardi è uno dei pochi poeti italiani che, nel Novecento, ha avuto interpretazioni anche molto diverse: dal Leopardi ‘idillico’ a quello ‘progressivo’ a quello nietzschiano o addirittura quasi ‘heideggeriano’. Ora, quale può essere il nostro Leopardi?

Interpretazioni così diverse sono innanzitutto il segno dell’importanza di questo autore. Scendendo nello specifico, l’idea di Cesare Luporini di un Leopardi ‘progressivo’ non era in effetti accettabile sulla scorta del suo pensiero: però è vero che soprattutto l’ultimo Leopardi ci consegna l’idea di una solidarietà basata sulla mancanza di illusioni. Di affinità con il pensiero nietzschiano (ma non con quello heideggeriano) si può parlare in rapporto al problema del nichilismo; però, va notato che Nietzsche non ha condotto sino in fondo la riflessione sulla questione del materialismo come invece ha fatto Leopardi. Oggi comunque è importante liberarsi definitivamente del pregiudizio che esista un solo Leopardi interessante, in particolare quello idillico. Sono infatti usciti molti studi che rivalutano pienamente la stagione successiva ai canti pisano-recanatesi, mentre una riconsiderazione attenta meritano ancora le Canzoni, spesso molto notevoli.

Narrativa e poesia nell’Italia del XXI secolo. Quali tendenze le sembrano più significative?

È difficile parlare di tendenze: limitiamoci a quanto è in atto. Intanto, si può notare che è sempre minore la differenza tra lingua poetica e lingua comune. Inoltre, è chiara ormai la fine dei ‘gruppi’ poetici [di moda negli anni Sessanta e Settanta, NdR]. Per certi aspetti questo è positivo, ma per altri è un segnale negativo, perché la crisi dei gruppi poetici dipende da una sempre minor importanza culturale della poesia. Si può parlare di una crisi culturale della poesia, e ciò, in qualche misura, vale anche per la prosa: in sostanza, non è più la letteratura che, tramite gruppi organizzati, produce cultura. Quanto alla prosa, si confermano alcune tendenze del Novecento storico, ad esempio quelle al romanzo-saggio. Inoltre, s’impone ormai un minimalismo linguistico che si caratterizza per un forte impiego del linguaggio ‘basso’. Ma solo in apparenza si tratta di una forma di realismo: in realtà, alla lunga questo minimalismo è un modo per facilitarsi le cose, e allora torno a preferire i grandi prosatori dai periodi complessi, come Proust.

Si parla tanto della possibilità di diffondere la lingua e la cultura italiane all’estero: quali possono essere iniziative culturali concrete?

È un problema serio. I governi italiani hanno fatto sempre molto poco per la diffusione della lingua e cultura del nostro paese, anche solo a livello di aiuti finanziari agli Istituti italiani di cultura (la situazione attuale dei quali è molto negativa). Certo, gli scambi organizzati a livello universitario (programmi Erasmus e Socrates) fra varie nazioni europee, con studenti e insegnanti che soggiornano per lunghi periodi all’estero, sono stati molto utili per favorire i flussi culturali. Particolarmente importante è la diffusione della lingua italiana, per la quale tutti dobbiamo fare di più. D’altra parte, lingua, letteratura e arti interagiscono: anche la recente crisi del cinema italiano (ora in parte superata) è stata negativa. Bisogna comunque che tutti siano impegnati in iniziative a favore della diffusione della lingua e della cultura italiane, anche singolarmente e nonostante la mancanza di fondi adeguati.

nome cognome(25/2/2009)
 
 
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