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  • Gli Italiani di Argentina visti da Ivano Fossati

    ITALIANI D'ARGENTINA
    Dall'album Discanto
    (Epic Sony, 1990)

    Ecco, ci siamo
    Ci sentite da lì?
    In questo sfondo infinito
    Siamo le ombre impressioniste
    Eppure noi qui
    Guidiamo macchine italiane
    E vino e sigarette abbiamo
    E amori tanti

    Trasmettiamo da una casa d'Argentina
    Illuminati nella notte che fa
    La distanza è atlantica
    La memoria più vicina
    E nessuna fotografia ci basterà

    Abbiamo l'aria di italiani d'Argentina
    Oramai certa come il tempo che farà
    Con che scarpe attraverseremo
    Queste domeniche mattina
    E che voglie tante
    Che stipendi strani
    Che non tengono mai

    Ah, eppure è vita
    Ma ci sentite da lì?
    In questi alberghi immensi

    Siamo file di denti al sole
    Ma ci piace, sì
    Ricordarvi in italiano
    Mentre ci dondoliamo
    Mentre vi trasmettiamo

    Trasmettiamo da una casa d'Argentina
    Con l'espressione radiofonica di chi sa
    Che la distanza è grande
    La memoria cattiva e vicina
    E nessun tango mai più
    Ci piacerà

    Abbiamo l'aria di italiani d'Argentina
    Ormai certa come il tempo che farà
    E abbiamo piste infinite
    Negli aeroporti d'Argentina
    Lasciami la mano che si va

    Ahi, quantomar
    quantomar per l'Argentina

    La distanza è atlantica
    La memoria cattiva e vicina
    E nessun tango mai più
    Ci piacerà
    Ahi, quantomar

    Ecco, ci siamo,
    Ci sentite da lì?
    Ma ci sentite da lì?

    Per gentile concessione dell'autore

    Ivano Fossati, uno dei cantautori italiani più raffinati e stimati, ha gentilmente accettato di scrivere per ICoN un pezzo sulla sua notissima canzone "Italiani d'Argentina". Lo proponiamo con vero piacere.

    Nel tratto di costa ligure dove vivo non è raro incontrare persone dal nome ispanico e dal cognome di antica appartenenza locale o addirittura genovese. Un bel connubio fantasioso, quasi letterario, che fa simpatia, sa di lontano, di tempo e di spazi. Sono i ritornati: figli, nipoti, spose e mariti, insomma nuclei o frammenti di famiglie emigrate in un anno più o meno lontano per fare “la fortuna” in America latina. La fortuna si sa è assai più che capricciosa, per niente giusta e imparziale, non conosce equità. È la fortuna appunto.

    Così queste genti rientrate dal sud-America non sono sempre ricche, a volte nemmeno benestanti. Alcuni hanno preso di petto l’onda sbagliata del tempo; sono partiti troppo tardi, o ritornati troppo presto, hanno avuto troppo timore del loro divenire laggiù, oppure troppo poco. Certamente chi è rimpatriato insieme alle fortune grosse esiste eccome. Le ville bellissime e coloniali nel centro della città di Chiavari lo testimoniano -costruite proprio da loro, dai ritornati di antica data- sono oggi mantenute in silenziosa, immobile, disabitata bellezza come accade a certe barche troppo belle, troppo grandi e cariche di storia per essere cedute a un ricco signor chiunque, ma anche troppo costose difficili e delicate perché possano prendere ancora il mare.

    Quando scrissi, una decina d’anni fa, la canzone Italiani d’Argentina, tutto avrei voluto rappresentare tranne l’abusata cartolina del tango, tranne la nostalgia, la storia dell’emigrante e nemmeno il tentativo di storicizzare in quattro minuti un frammento dell’emigrazione. Mi colpiva invece allora come oggi lo scollamento delle generazioni dal proprio tempo, da quella che sarebbe stata la loro cultura. Mi sarebbe piaciuto ottenere un tratto leggero e impressionista circa quella che chiamo seconda generazione, anche se questa definizione non va presa, né io stesso la intendo, nel suo senso più stretto.

    Mi affascinava la posizione di coloro che mi parevano non ancora approdati dall’altra parte, la gente di mezzo, non del tutto ispanica ma da decenni non più italiana, generazioni con davanti a sé i sogni di un paese lontano e diverso a cui predisporsi e con alle spalle il ricordo, la lingua, gli affetti, il lavoro e la tradizione di una terra che per forza materiale deve cedere il passo e il posto. Generazioni a cavallo di un oceano, figli di antichi italiani e padri di perfetti argentini. Ma loro? Loro incapaci spesso di scrivere una lettera in un linguaggio che non fosse la commistione di due, a volte di tre lingue diverse; perché nondirado in quello scrivere compariva, e forse compare tuttora il dialetto.

    Ho letto intere raccolte di lettere degli emigrati prima di scrivere Italiani d’Argentina e mi sono concentrato a suo tempo sulle più recenti, che datavano dal finire degli anni '60 in poi. Apparivano sempre uguali e come sovrapponibili le une alle altre, venate di una malinconia disincantata, si direbbe moderna o contemporanea; piene di quella consapevolezza della lontananza, così difficilmente guaribile oggi che qualsiasi luogo è davvero vicino. Piene di quel senso di disorientamento dell’essere e del dubbio delle scelte, specie quando gli eventi intorno smettevano di dare ragione e sicurezza allo scrivente. Quel tipo di distanza che non si riannoda con l’acquisto di un biglietto aereo ogni tre-quattro anni.

    Ho adoperato il simbolo della trasmissione radiofonica, per di più notturna in quella canzone, quando le onde viaggiano più lontano ma ugualmente non garantiscono che incontreremo le parole dell’altro che sta di la dal mare, né che le capiremo adesso o mai.

    Il piccolo sogno che sta chiuso dentro una canzone equivale a qualsiasi altro formulato in modo differente, e l’America del sud è ancora sogno per noi europei, è spazio e crescita, è lotta e disordine politico, libertà attentata, economia incomprensibile, tutti elementi grandi, gravi e importanti, ma il territorio del sogno è sterminato e capace di raccogliere tutta questa storia contemporanea avanzando ancora spazio, distese, bellezza e umanità a non finire.

    Ecco quello che continuiamo a invidiare ai nostri italiani d’Argentina, il concetto di “sconfinato” così estraneo a noi qui. Viene legittimo il sospetto che valga la pena rischiare gli esiti della propria esistenza per la bellezza di terre infinite; che valga la pena anche di essere orgogliosi della propria scelta, per aver desiderato un orizzonte che si sperde agli occhi.

    Considerazioni da romanzo di Conrad, non so quanto attinenti e rapportabili alle contingenze storiche ed economiche di questi anni. E’ che ho sempre amato chi è partito con minore o maggiore fatica, ho sempre subito forte il fascino di chi si è arrischiato nei luoghi più lontani della terra, arrabattando il suo nome mezzo così e mezzo così, facendosi capire, facendosi rispettare e in definitiva amando quella nuova immensa casa, quasi sempre facendosi amare.

    Ecco più o meno quanto può essere stivato dietro o sotto le parole di una canzone; un tratto semplicemente, non un racconto ma sentimenti e riflessioni che si incrociano e forse si aiutano. Certo chi ascolta deve da parte sua saper leggere un po’ più in profondità, deve saper svelare qualche facile segreto, che le parole e perfino la musica difendono, ma con un poco di pazienza l’immagine si mostra nella sua forma semplice e intera.

    Italiani d’Argentina è del 1990, oggi la affronterei in modo diverso? Non so, fortunatamente per noi e per gli altri le canzoni si scrivono senza troppo sforzo una volta sola.

    Ivano Fossati



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