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I fotogrammi e la pittura

Il cinema di Valerio Zurlini

Pochi autori del cinema italiano hanno avuto come Valerio Zurlini il dono di raccontare per immagini con meditati riferimenti alla pittura. Un tocco, una cura formale, che gli faceva attribuire uguale importanza, oltre alla materia narrativa di un film, anche ai modi con cui visualizzarla, ora puntando sugli effetti di luce, ora sulla composizione delle inquadrature. Con equilibri saldi e asciutti, sempre restando nel solco del realismo, senza mai cedere alla tentazione di quel “male estetico” a cui una sensibilità romantico-decadente avrebbe potuto indurlo.

Grande cultore di arti visive, aveva sempre svolto con passione, accanto all'attività di regista, quella di critico d'arte, con contributi spesso preziosi sui nostri pittori più grandi. Come un secondo polo, tra i suoi molteplici interessi culturali, spiccava quello per la letteratura, fonte d'ispirazione continua e alla base di opere celebri come Le ragazze di San Frediano e Cronaca familiare, entrambi adattamenti da Pratolini, il secondo con evidenti richiami ai dipinti di Ottone Rosai, o ancora del suo ultimo, allegorico film, Il deserto dei Tartari, tratto da Dino Buzzati, con immagini di una fissità che rimanda a una geografia e a un tempo dell'anima. Due grandi passioni, l'arte e la letteratura, che emergono chiare nel diario di memorie Pagine di un diario veneziano. Gli anni delle immagini perdute, uscito postumo nell'83 e ora appena ripubblicato dall'editore “Mattioli 1885”. Scritto negli ultimi mesi di vita dell'autore, tra il novembre dell'81 e il maggio dell'82, in uno di quegli inverni sull'Adriatico dove amava rifugiarsi per scrivere le sceneggiature, il libro pone l'accento con una certa amarezza sui molti progetti non andati in porto, perchè “un'opera incompiuta è una tappa di vita non percorsa, un traguardo non raggiunto, una somma di anni inutilmente perduti, una cicatrice in più, uno sterile anticipo di morte”. Film dal copione già pronto come La zattera della Medusa, sulle cronache un po' autobiografiche di un quartiere romano nei Sessanta, Verso Damasco (liberamente tratto da un soggetto di Ennio Flaiano e Suso Cecchi D'Amico, poi ripreso da Damiano Damiani per L'inchiesta), in cui il grande argomento cristiano veniva svolto con un occhio al messianesimo di Tolstoj, o Il sole nero, dove un efferato fatto di cronaca dei Settanta era lo spunto per indagare gli abissi e i tormenti dell'animo. Ma non mancano pensieri anche su quelli realizzati, vedi il crepuscolare La prima notte di quiete, che il regista definisce “il mio film che amo di meno” a dispetto dell'enorme successo di pubblico, causa i rapporti difficili avuti sul set con il “protagonista”, Alain Delon, qui non nominato.

Signorile, colto, delicato, discreto, come lo descrive Vasco Pratolini dell'introduzione, “non uso a sbracciarsi da palchi o gazzette”, Zurlini non risparmia però giudizi schietti e severi sullo stato del cinema italiano dell'epoca, spesso indignato perchè “il nostro mestiere ha conosciuto rari momenti di coraggio e frequentissimi anni di viltà”. Oltre ai rimpianti per i troppi sogni rimasti nel cassetto, egli ripercorre anche il passato più lontano, gli anni della guerra, della giovinezza, dell'università e del'arrivo a Roma per muovere i primi passi nel cinema. Quasi alla ricerca di un tempo perduto, forse per rendere presente attraverso la memoria un percorso artistico il cui contesto, non solo culturale, vedeva sempre più al tramonto, ormai sostituito da un'altro dove sentiva imperare il cinismo e il puro calcolo.

Nel libro si succedono vividi i ricordi di personaggi come Eugenio Montale, Pierantonio Quarantotti Gambini, il caro Pratolini; poi fatti, aneddoti e giudizi su gente di spettacolo, incontri con gli amici di una vita, Renato Guttuso e Giorgio Morandi, ritratti con grande affetto in pagine di raffinato cesello letterario, che testimoniano ancora una volta la competenza e la dedizione dell'autore verso le arti, specie la pittura. Poiché alla prima uscita, in edizione d'arte limitata, questo diario ebbe fra i suoi lettori forse solo pochi adepti, la sua ristampa è un'ottima occasione per riscoprire un maestro dal doppio talento. Un grande regista e un fine scrittore.

Filippo Zavatti(30/11/2009)
 
 
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