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Rosi e il cinema civile

La monografia sul regista napoletano

Una monografia che ormai può definirsi un classico della letteratura su Francesco Rosi. L'ha scritta in francese, prima negli anni Settanta, ampliandola poi negli Ottanta, un critico di provata esperienza come Michel Ciment, che ora l'ha riveduta e riproposta in italiano (Dossier Rosi, ed. “Il Castoro”). Con una carriera densa di film importanti, da Le mani sulla città a Uomini contro, da Il caso Mattei a Cadaveri eccellenti, uomo di vaste letture, napoletano cosmopolita, assistente di Visconti in Sicilia per La terra trema, Rosi è una figura chiave del nostro cinema “civile” degli anni Sessanta e Settanta. Facendo proprio quello spirito d'impegno che all'epoca trovava equivalenti a varie latitudini con la cultura engagée, anche quando, quasi per concedersi una pausa, si è dato al racconto di favole con C'era una volta (con Sophia Loren, da Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile), o alla riduzione per lo schermo della Carmen di Bizet, una delle punte più alte nell'ambito del film-opera. Sempre cercando di opporsi ai guasti della società di quegli anni, convinto che il cinema potesse svolgere una grande funzione per migliorarla, e sempre mosso da una ricerca della verità che si riflette nella cifra del suo linguaggio, nel segreto del suo stile.

Uno stile molto diverso, fa notare Ciment, da quello adottato dai cineasti del neorealismo, che avevano scelto un approccio fenomenologico per la riscoperta del quotidiano, e rivolto all'analisi della realtà come fenomeno storico e globale, quindi anche stratificato e complesso. L'autore lo definisce uno stile “cosmico”, “non perché susciti tempeste o faccia volteggiare la macchina da presa, ma perché riesce a far sentire il peso d'una scenografia, a giocare con suoni e luci, a farci percepire la presenza di cose e di esseri umani, le mille vibrazioni del mondo”. Da qui l'interesse per i grandi temi cari ai massimi drammaturghi di ogni tempo, l'ambizione, la sete di potere, il desiderio di dominio sulla società, trattati sempre con quella fredda obiettività, quel distacco impassibile, quel procedere rigoroso del racconto che ricordano il cinema di Fritz Lang. Frequenti anche gli scambi con il mondo letterario, fonte d'ispirazione per diverse sue opere, da Leonardo Sciascia a Primo Levi, da Emilio Lussu a Carlo Levi a Gabiel García Márquez.

Molto ricco di argomentazioni cinefile, come si conviene a una firma storica di “Positif”, il libro mostra come in Rosi l'attenzione alla realtà obiettiva delle cose non vada mai a scapito della dimensione poetica. Pur sentendosi erede del secolo dei lumi e della sua tradizione razionalista, rileva Ciment, il regista è consapevole di come la ragione non riesca mai a spiegare la realtà nelle sue pieghe più minute, mantenendosi quindi in un percorso artistico “nello stesso tempo logico e aperto alla poesia”. Del resto, anche al momento di trasformare in documento poetico un documento storico, a un artista che elabora e propone drammi umani non si chede da sempre, per prima cosa, la verosimiglianza? Ne danno prova anche opere celebri su personaggi storici come Salvatore Giuliano, Il caso Mattei, Lucky Luciano, “film-mosaico” dalla struttura più o meno caleidoscopica, o l'adattamento del Contesto di Sciascia, Cadaveri eccellenti, forse il suo lavoro più pessimista nei confronti del potere, un racconto poliziesco in cui l'impianto deduttivo dell'indagine sfocia sempre più nel labirintico e nel metafisico.

Ma gli accenti poetici, continua Ciment, emergono soprattutto nelle opere in cui più forte è l'attenzione al privato, in Cristo si è fermato a Eboli, dal libro di Carlo Levi, dove il meridionalismo caro al regista arriva a tingersi di lirismo magico, e in particolare nel bellissimo Tre fratelli, protagonisti tre figli dai diversi percorsi professionali e affettivi, riuniti dopo molto tempo a casa per la morte della madre in un paesino del sud. Un film di rara sensibilità, che all'uscita (era il 1981, furoreggiavano gli anni di piombo) ebbe l'ardire di mettere in relazione il dolore privato con la riflessione sul tempo presente, con una netta prevalenza del primo, riuscendo a commuovere senza cadere per un attimo nel patetico. Oltre alla parte saggistica, completano il volume una cospicua sezione di interviste a Rosi, realizzate dall'autore durante la lavorazione dei film, un ampio apparato iconografico ricavato dall'archivio personale del regista e una ricca antologia di documenti d'epoca.

Filippo Zavatti(23/10/2009)
 
 
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