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Spigolature di cinema

La vita di Gilles Jacob

Intreccio di pubblico e privato, romanzo di una vita votata alla decima musa, La vie passera comme un rêve (La vita passerà come un sogno) è il titolo della piacevolissima autobiografia di Gilles Jacob pubblicata dall'editore parigino Laffont. Da più di trent'anni al timone del Festival di Cannes, prima come direttore poi come presidente, in quasi quattrocento pagine l'autore ripercorre in parallelo quelle che definisce le sue “due vite”, una “biologica” e l'altra “cinematografica”.

Dall'infanzia sotto l'occupazione nazista, che, lui bambino ebreo, lo costringe a nascondersi con il fratellino in un seminario cattolico per sfuggire alla Gestapo, all'attività giovanile nell'impresa di famiglia, dal giornalismo come critico di cinema (a Les Nouvelles Littéraires, a L'Express e infine a Le matin de Paris) fino a quando, nel '77, il ministro della cultura d'Ornano, dopo una partita a tennis in un club di Deauville, gli consegna le chiavi di Cannes (di cui era già vice direttore). Una consegna causata, oltre che dall'anzianità del precedente direttore, Maurice Bessy, anche dall'affaire sul palmarès di quell'anno, che vedeva il nostro Roberto Rossellini presiedere una giuria composta, fra gli altri, dal regista francese Jacques Demy e dalla critica americana Pauline Kael. Il presidente del Festival, Robert Favre Le Bret, si era battuto fino all'ultimo per favorire Una giornata particolare di Ettore Scola, ma niente da fare. In accordo con gli altri giurati, Rossellini assegnò la Palma d'oro a Padre padrone dei fratelli Taviani, facendo irritare a tal punto Le Bret che questi, pur con qualche forzatura al regolamento, invitò tutti a disertare la cerimonia di premiazione. Ecco allora, di lì a poco, il cambio del direttore...

Seguendo un filo volutamente non cronologico, il libro presenta una galleria di ritratti e retroscena sempre di giusto segno e colore, senza rinunciare a particolari gustosi su vezzi e manie di dive e registi: si legge di Clint Eastwood che, per venire ospitato, vuole una villa con piscina per potervi riunire la giuria che presiede, di Jeanne Moreau che, appena giunta al Martinez, perlustra tutte le suite per accertarsi che la sua sia la migliore, di Martin Scorsese che, insofferente ai fusi orari e alle prassi da fastival, accetta di partecipare solo a patto di ricevere la Legion d'Onore. Con pagine dove trova spazio anche la commozione, come nei ricordi di Sergio Leone, di cui si era visto a Cannes il capolavoro C'era una volta in America, e di Federico Fellini, alla cui morte l'autore confessa di essere rimasto “come un orfano, e non il solo”.

Al momento di stilare il programma del Festival le pressioni si fanno sempre sentire, dagli Studios americani come dall'Europa. Per avere La vita è bella di Benigni in gara, che alla commissione selezionatrice aveva suscitato dubbi per il registro comico con cui, nella seconda parte, veniva raccontata la Shoah, oltre al coproduttore Jean Labadie (“Gli italiani ne farebbero un caso nazionale”), intervenne a favore anche Gerard Depardieu, che con Benigni aveva appena girato Astérix e Obelix contro Cesare.

E a volte ci sono anche le ripicche, come nel caso del produttore americano Irwin Winkler, che, avendo visto rifiutare dal Festival l'esordio alla regia del figlio, fece ritirare anche Goodfellas di Scorsese. Senza contare poi i dibattiti sulle esclusioni, innescate spesso dai critici e dai diretti interessati, le difficoltà di accontentare tutti sul calendario delle proiezioni (per ragioni di visibilità molti artisti non amano il primo giorno, l'ultimo, la proiezione di mezzanotte o la vicinanza con alri film importanti) o le frequenti lamentele dei presidenti di giuria. Ce n'è, insomma, per avere anche un ottimo manuale di diplomazia festivaliera. E sarà anche per la sua apprezzata prudenza se l'autore viene soprannominato “cintura e bretelle”.

Filippo Zavatti(10/09/2009)
 
 
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