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La saga degli italo-brasiliani

Sperandio di Claudio Lachini

Nel romanzo Sperandio un secolo di storia di Brasile, visto con gli occhi di un immigrato italiano. La scoperta e le difficoltà in una terra nuova, raccontato dal giornalista e scrittore Claudio Lachini. La narrazione di un passato, tra invenzione ed elementi autobiografici.

Sperandio è un romanzo che scava nella storia dell’emigrazione italiana nello stato dello Espírito Santo, una storia che non hai vissuto in prima persona ma in cui possiamo scorgere alcune analogie con la tua storia personale. In che modo questa memoria si riflette nella tua creazione, in particolar modo in questo romanzo?

Sono nato e ho vissuto sino ai 12 anni nelle colonie italiane della campagna nello stato dell’Espírito Santo. Le persone di riferimento della mia infanzia portavano tutte nel cuore l’Italia del XIX secolo, tramandata dai nonni e bisnonni che trasformarono il territorio boschivo, preparandolo alla coltivazione del caffè. La loro radice era di origine contadina e cercarono di replicare nei ‘tropici’ la loro identità culturale. Sperandio cerca di riscattare e fissare questa memoria, imparzialmente negli aspetti sia positivi che negativi. Il personaggio si trova sperduto in una terra straniera e quando ho pensato al romanzo ho voluto evidenziare dei punti determinanti per la sua caratterizzazione, in primo luogo c’è un parallelismo per far risaltare lo stato psicologico del personaggio del racconto, comparato alla disperazione di un cane alla ricerca dei padroni che hanno cambiato residenza, ma non li troverà, perché lo spostamento è radicale. L’assimilazione dell’immigrante nella nuova terra è dunque un parto doloroso, una rinascita, sia per chi arriva che per i nativi, sentendosi minacciati da questi stranieri con cultura differente della loro. L’adattamento dell’immigrante è più o meno lento. La storia che racconto non si conclude nemmeno con la seconda generazione, nata nella terra ospitante. Bisogna inoltre evidenziare l’isolamento dell’aspetto territoriale nell’insediamento dell’immigrante, il più delle volte lasciato in un territorio contiguo ma isolato rispetto alla convivenza con il popolo nativo, situazione immutata fino quasi alla metà del secolo scorso. L’altro elemento che caratterizza il racconto, è il tentativo di costruirlo secondo il pensiero di Italo Calvino per la letteratura del XXI secolo, come evidenziato nel libro Lezioni Americane sei proposte per il nuovo millennio, ovvero ricalcare i criteri della leggerezza, rapidità, visibilità, molteplicità e consistenza, quest’ultima da me inserita e pensata nello sviluppo del racconto. Diffusamente e talvolta mascherata, nel romanzo Sperandio, c’è’ l’indignazione contro l’ingiustizia sociale e statale, caratteristica dell’eredità coloniale brasiliana, e pure dipendente dalla storia italiana che nel periodo immigratorio del grande esodo, era stata preceduta dall’unificazione del Regno d’Italia nel 1861.

La questione dell’identità è uno dei punti cardini della narrativa d’immigrazione. Nel romanzo, è evidente il passaggio dalla centralità dell’identità italiana a quella italo-brasiliana e brasiliana. La saga della famiglia, narrata nell’arco di quasi un secolo, può essere un modo di conservare e rafforzare questa identità, di ricomporla?

Sí, c’è il desiderio di ricomporre l’identità della famiglia Zibaldone, evidente sopratutto nel capitolo finale “Un trinado de gaturano”. Sperandio, nel suo delirio futurista, non sa, e lo confessa, se il nipote Toni, nel fango della palude, sia trascinato fuori, “ao sólido chão do enlevo e dos desenganos”. Il cognome Zibaldone si ispira a Giacomo Leopardi, anzi è sua l’epigrafe che apre il libro. Così posso dire che Sperandio, in qualche modo nostalgico della identità italiana, non è preciso nelle sue conclusioni, perché capisce il mondo in movimento e la necessità d’adattamento alle circostanze, siano esse di un nuovo paese che di un popolo mescolato, una società di tutti i popoli. Ma Sperandio, almeno nelle mie intenzioni, è una sintesi di quegli “scaltri contadini italo-brasiliani venuti dall’Italia in una nave sporca e insediati nella giungla quando c’era la monarchia qua e là”, come ha scritto il giornalista Geraldo Hasse, nella più lusinghiera delle recensioni che il libro ha avuto. Parecchi lettori mi hanno poi parlato dell’angoscia di questa identità, confessandomi di aver allo stesso tempo riso e pianto nella lettura del romanzo. Le nuove generazioni fanno forse una lettura diversa, condizionata dalla società di consumo Made in USA. Questo è un fenomeno universale che si verifica anche in Italia, malgrado il suo popolo abbia superato i duemila anni di storia. Una nuova identità si costruisce nel tempo che scorre, mutevole per natura, anche se sotto il sole non c’è niente di nuovo, nelle parole del profeta Isaia. L’umanesimo italiano è disperso nel mondo. In questo senso, l’immigrato Zibaldone continua a vivere in ogni persona che crede nella necessità della fratellanza tra gli uomini.

In conclusione, una questione che salta subito agli occhi del lettore quando si affaccia alla lettura del romanzo è il fatto che la storia viene narrata da Sperandio dopo la sua morte, in un chiaro rapporto intertestuale con il romanzo Memórias póstumas de Brás Cubas (1881) di Machado de Assis. Anche certe visioni di Sperandio possono essere collegate al personaggio machadiano. Perché la scelta del narratore defunto?

La scelta di un narratore defunto è partita dall’idea di fuggire al luogo comune della memorialistica. Metterlo nel limbo significa allo stesso tempo avere la coscienza del destino dell’uomo, che sarà dimenticato dai suoi discendenti, la sua caducità, la fragilità di questa vita, così come il sarcasmo alla fine del romanzo, che finisce perché il Vaticano ha deciso di eliminare il limbo. Certo, il limbo c’è come un posto intangibile, un luogo della credenza, vero come eteronimia, se le leggi della natura considerano la perdita della memoria, individuale o collettiva. In questo senso, la somiglianza col personaggio machadiano delle Memórias Póstumas de Brás Cubas (1881) è una semplice coincidenza. Considero, e scusatemi se c’è qualche superbia in questo, il libro come prospettivo. Certo, ho letto Machado de Assis e l’ammiro assai, sopratutto i suoi racconti. Sono uno scrittore che ha cominciato ieri nella letteratura, qualcuno che a sessant’anni ha ripreso il sogno giovanile di fare lo scrittore e non soltanto il giornalista. La trasformazione del giornalista, del professionista che lavora l’informazione, allo scrittore che padroneggia lo stile e ha una visione più ampia dell’animo umano e del mondo sarà una strada difficile, piena di insidie che le abitudini della lunga strada percorsa hanno lasciato. Non mi scuso perciò. Il lettore è il miglior giudice di un libro.

Claudio Antonio Lachini è nato il 1941 a São João, nello stato dello Espírito Santo. Laureato in Giurisprudenza, ha lavorato come insegnante e soprattutto come giornalista. Nel mondo della carta stampata ha collaborato alla creazione del noto settimanale Veja e lavorato nelle redazioni di importanti quotidiani e magazine come O Estado de S. Paulo e Gazeta Mercantil. Lachini è nipote di italiani: suo bisnonno paterno emigrò nel 1878 con la famiglia da Trigolò di Cremona, mentre i nonni materni erano di origine veneta, della provincia di Treviso. Giornalista, ma anche narratore e poeta, ha pubblicato la raccolta di versi O que se viveu (1992), Anábase. Uma história da Gazeta Mercantil (2000), Sperandio. Fragmentos de uma saga ítalo-brasileira (2007), Vasco. Memórias de um precursor da globalização (in corso di stampa).

Vera Horn16/04/2009
 
 
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