Alessio Brandolini presenta la propria opera alle News di ICoN. Un'intervista su modelli ispiratori, temi e caratteristiche della poesia, esperienze all'estero e una valutazione personale dell'immagine e della diffusione della cultura italiana.
A quali modelli si ispira la sua poesia?
Beh, dovrei fare un lungo elenco, a partire da Omero, ma arriviamo subito al 900. In Italia la linea che sento vicina ai miei gusti è quella che parte da Pascoli e passa per Saba, Ungaretti, Montale, Pavese (della raccolta poetica Lavorare stanca ma anche del romanzo La luna e i falò), Penna, Bertolucci, Pasolini. Per gli stranieri dell’ultimo secolo citerei almeno Vallejo, Majakovskij, T. S. Eliot, Kavafis, Machado, Szymborska, Borges, Eielson, Enzensberger, Benedetti… Per me non esiste uno steccato con la prosa e la mia poesia si nutre di tanti libri di narrativa, o anche di testi per il teatro (per esempio quelli dell’amato Goldoni).
La sua poesia propone un rapporto con la natura. Un rapporto diretto ma non semplice. E’ d’accordo?
La relazione con la natura è diretta, certo, ma non può essere semplice. Nella raccolta Poesie della terra tratto argomenti legati agli alberi, al paesaggio, alle stagioni, al lavoro manuale ma anche alle difficoltà ad avere un rapporto immediato con la natura. Non solo perché vivo a Roma da quando avevo vent’anni, ma soprattutto per il fatto che il senso della natura è stato stravolto negli ultimi decenni e la nostra società va così di corsa che non ha nemmeno il tempo di accorgersene. La terra, e la nostra Terra, soffrono, per abbandono e mancanza d’amore.
Negli ultimi anni la sua poesia ha avuto una singolare diffusione in spagnolo. In particolare lei è stato invitato al Festival di Medellín nel giugno 2004 e quest’anno a quello di El Salvador, oltre che al festival di Tetovo, in Macedonia...
Sì, ho fatto tante letture sia Medellín che a Bogotá, davanti a un pubblico non solo sempre numeroso ma anche attento, partecipe e le persone che ascoltavano poi ti venivano vicino, ti parlavano, ti abbracciavano e questo calore umano per me è importante. Uno scambio di poesia, di culture e di lingue. Ho avuto una sintonia con i poeti colombiani (come Armando Romero), ovviamente i più numerosi e a proprio agio. Sono stato anche colpito dalla poesia sintetica e sarcastica del messicano José Emilio Pacheco. Dall’esperienza colombiana del giugno scorso è nato un nuovo libro di poesia che s’intitola Mappe colombiane, e una selezione di questi testi uscirà sulla rivista Poesia.
A quale generazione, gruppo o linea appartiene? La sua poesia propone anche temi di forte impegno. Inoltre alla sua attività come poeta lei ne affianca molte altre: promotore culturale, redattore e collaboratore di riviste letterarie. Come interpreta il senso della poesia civile oggi?
Mi sento un “poeta contadino” che punta a una semplicità articolata, con tanti rami e foglie... i piedi ben piantati nella terra, che però vive in una città densa di storia (e di traffico e smog) come Roma. Per fortuna il mio terreno è a soli 30 chilometri e appena posso lo raggiungo. Ho coltivato la mia poesia in solitudine, anche se le prime pubblicazione su rivista risalgono al 1989, e non sono mancati premi importanti a partire dal 1991. Non mi sentivo in sintonia con tanta poesia italiana, in gran parte in quell’epoca nel mezzo d’una deriva orfica o ancora le-gata alla neoavanguardia, dove nella scrittura in versi la letteratura conta più della poesia. Negli ultimi anni qualcosa è cambiato. Mi sento vicino alla poesia che tende alla chiarezza, che talvolta s’avvicina a cadenze prosastiche, ma internamente pura, intensamente lirica. Non è un caso, quindi, che in questo clima poetico nuovo, e a me più vicino, ho pubblicato nel 2002 Divisori orientali (Premio “Alfonso Gatto – Opera Prima”), con molte poesie dure legate alla vita in città e nel 2004 Poesie della terra (nel frattempo tradotte in spagnolo da Martha Canfield e in sloveno da Jolka Milič). Poi è giunto l’invito a far parte della giuria del premio di poesia "Pier Paolo Pasolini" e ad ottobre uscirà la raccolta Il male inconsapevole per l’editore triestino "Il ramo d’oro". Qui ci sono testi in cui parlo di guerre, di torture sui prigionieri... ecco questo è il mio impegno poetico, umano e civile. Però una poesia se è buona è già di per sé un’operazione di civiltà, e in qualche modo, anche di resistenza. Inoltre m’impegno a far conoscere libri, parlandone su riviste e siti letterari, oppure presentandoli o – cosa ancora più divertente – leggendoli “a voce alta” con un gruppo che si chiama "I libri in testa" e che ormai è giunto al quarto anno di vita.
Quali iniziative le sembrerebbero utili per diffondere la lingua e la cultura italiana all’estero?
Già molto si fa con gli istituti culturali italiani all’estero, ma si potrebbe fare di più, certo. Per esempio in Colombia (dove la lingua italiana è molto amata) ho proposto un’antologia di poesia italiana e colombiana, ma il discorso potrebbe valere per altri paesi stranieri. Un libro così potrebbe nascere dalla fusione (per il singolo progetto) di due case editrici (italiana e del paese straniero interessato), per ammortizzare le spese e promuovere al meglio il progetto. Poi l’antologia verrebbe presentata nei due paesi e sarebbe un ponte tra due culture, due lingue, due poesie.
Una poesia
CON IL VETRO NELLE MANI
Sono anni che pratico le domeniche come se nulla fosse
striscia la luce sotto un tappeto di foglie ed è la voragine
di ricordi che prendono fuoco
e poi ecco il lunedì il martedì il mercoledì
e via discorrendo. Le attese, sai, non sono
il cimitero che ci assomiglia
nel suo rumore di voci
di macchie dorate sulla morte
passate con il vetro nelle mani
per questo la mia fermata è pronta
da un pezzo e ammira, quindi, i grandi fari
i chiarori che cullano e quelli portati in dono dalla luna.
Una breve autobiografia. Sono nato a Frascati nel giugno del 1958, ma ho trascorso i miei primi vent’anni in una piccola casa sul cocuzzolo di Monte Còmpatri, sempre nei Castelli Romani, con i genitori e i miei cinque fratelli. Poi mi sono trasferito a Roma, dove tutt’ora vivo. Qui mi sono laureato in Lettere moderne con una tesi sulla poesia di Jole Tognelli. Mi sono sposato con Laura e ho avuto, con lei, due figli: Simone e Flavia. Ho iniziato a lavorare giovanissimo e dopo un’infinità di esperienze sono approdato, nel 1983, nel confortevole lido del Senato della Repubblica (ma non sono senatore, ci lavoro soltanto). Ho esordito come poeta nel 1989 sulla rivista Galleria, all’epoca diretta da Leonardo Sciascia. Nel 1991 ho vinto la sezione inediti del “Premio Montale” con la silloge poetica L’alba a piazza Navona, poi pubblicata nel 1992 da Scheiwiller (in 7 poeti del Premio Montale). Nel 2002 ho pubblicato Divisori orientali, una raccolta di poesie alla quale è stato attribuito il “Premio Alfonso Gatto 2003 - Opera prima”. Nel 2004 è uscito il libro Poesie della terra, con prefazione di Mario Santagostini, poi anche in versione spagnola. Miei testi sono stati tradotti in francese, spagnolo, sloveno, inglese e pubblicati su riviste e antologie italiane e straniere. Nel giugno 2004 ho partecipato alla XIV edizione del "Festival internazionale di Poesia di Medellín" in Colombia. Un mio racconto è stato inserito nell’antologia I Racconti di Sabaudia. Sono tra i redattori del sito GialloWeb.net che si occupa di letteratura a sfondo noir, del sito letterario Fabruaria.it e della rivista “Almanacco del Ramo d’Oro” (quadrimestrale di poesia e cultura). Organizzo letture e incontri letterari, anche con il gruppo "I libri in testa" (www.ilibrintesta.it). Sono nella giuria del “Premio Pier Paolo Pasolini” (www.premiopasolini.it). Ho fiducia nell’amore e nell’amicizia, nella poesia e nella politica. Non a caso mi piace il vino rosso.