John Ruskin, scrittore e critico d'arte, nacque a Londra nel 1819. Di famiglia ricca, si laureò a Oxford nel 1842 dove fu nominato nel 1869 professore di storia dell'arte. Lasciò la cattedra nel 1884, per questioni di salute.
Nel 1836 Joseph Mallord William Turner espose i quadri della sua ultima produzione; il primo a comprendere la nuova maniera turneriana fu proprio John Ruskin, ragazzo di diciassette anni ancora del tutto sconosciuto: la sua difesa di Turner fece scalpore. Nel 1837 scrisse La poesia dell'architettura, testo nel quale riprende le idee di Augustus Welby Pugin sulla rivalutazione del gotico. Sette anni dopo, nel 1843 Ruskin pubblica il primo volume dei Pittori moderni: lo scopo iniziale è quello di dimostrare la superiorità dei moderni paesaggisti, primo fra tutti Turner, sui modelli tradizionali. I Pittori moderni diventeranno per Ruskin l'opera della vita. Al primo seguiranno altri quattro volumi dal 1846 al 1860 sui più svariati temi: l'arte italiana, la rivalutazione dei "primitivi", la "rivelazione" di Tintoretto, l'avversione per i fiamminghi, la riformulazione del concetto di sublime, la critica della filosofìa tedesca contemporanea, il rapporto fra natura e poesia romantica inglese, l'amore smisurato per Dante. Domina su tutto la convinzione che il vero artista sia un veggente, un profeta, e che l'arte debba riuscire a favorire l'incontro con la natura e con Dio.
Ruskin sviluppò le sua idee sui rapporti tra vita, arte, politica e società in altre due opere: Le sette lampade dell'architettura (1849) e Le pietre di Venezia (1851-53). In quest'ultima opera, frutto di un viaggio a Venezia, è ben esemplificata la sua lettura del gotico, basata sui valori decorativi e coloristici, doti creative della società medievali. Dalla metà degli anni Cinquanta, egli spostò gradualmente la sua attenzione dagli studi sull'arte in quanto tale all'analisi delle relazioni tra arte e realtà culturale e sociale. Ruskin mosse aspre critiche al capitalismo industriale dell'Ottocento considerato strutturalmente disumano. Egli tenne a Manchester delle conferenze, raccolte in Economia politica dell'arte, pubblicata nello stesso anno. Questo testo è la cerniera fra i due momenti del pensiero di Ruskin: la base della sua concezione dell'economia politica è l'estetica; fondamenta di entrambe sono l'etica e la religione.
Ruskin rovesciò la prospettiva corrente: vide nel Rinascimento la fine dell'Età dell'oro, e propose come modello da seguire il Medioevo della tripartizione economico-politica in corporazioni: i signori, fedeli allo Stato, il clero, votato alla fede, e gli artigiani, dediti al lavoro. I tre gruppi, secondo Ruskin, poterono vivere in perfetta armonia. Tra le opere di questo periodo ricordiamo Fino all'ultimo (1862), Sesamo e gigli (1865), Tempo e stagione (1867).
John Ruskin si interessò anche alle problematiche del restauro, scontrandosi con il pensiero di Eugéne Viollet-Le-Duc. Viollet-Le-Duc invitava il restauratore a penetrare nella mentalità dell'artista originario e a realizzare quei progetti che forse il costruttore medievale non aveva neanche concepito. Notre-Dame de Paris rappresenta un esempio eclatante degli interventi di Viollet-Le-Duc. Anche in Italia ci fu in questo periodo un fervore per il completamento di facciate, di cui le più note sono Santa Croce (1857-1863) e Santa Maria del Fiore (1857-1887) a Firenze e il Duomo di Arezzo (1891). John Ruskin per contro affermò che il monumento deve rimanere così com'è, non deve subire nessun intervento a posteriori, non deve essere toccato, deve essere lasciato morire serenamente pur cercando di allontanare il giorno fatale con una continua manutenzione. La posizione di Ruskin risponde a un culto mistico della natura e della libertà. Il monumento quando è in rovina smette di avere un'immagine finita e acquista una dimensione infinita che si confonde con la natura. Per Ruskin il restauro inteso come conservazione è una menzogna poiché sostituendo le antiche pietre si distrugge il monumento e si ottiene solo un modello del vecchio edificio.